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Chicago, Stati Uniti · 1961–presente

Herbie Hancock

Se c’è un suono che definisce Herbie Hancock, è quel perfetto equilibrio tra l’eleganza del jazz classico e l’energia inaspettata dei sintetizzatori. Fin da giovane età, Hancock dimostrò che il pianoforte poteva essere allo stesso tempo uno strumento di precisione accademica e di esplorazione libera, come emerse chiaramente quando, a soli undici anni, eseguì il Concerto per pianoforte n. 26 di Mozart con la Chicago Symphony Orchestra. Ma non fu il classicismo a plasmare la sua identità musicale, bensì il jazz: ascoltò Oscar Peterson e George Shearing fino a trascrivere i loro assoli nota per nota, e trovò nel gruppo vocale Hi-Lo’s — con gli arrangiamenti di Clare Fischer — un modo di armonizzare che avrebbe poi applicato in brani come Speak Like a Child. Il suo orecchio divenne così raffinato che, senza un insegnante di jazz, imparò a riconoscere schemi complessi semplicemente attraverso la ripetizione. Nel 1960, convinse Chris Anderson ad accettarlo come allievo dopo averlo sentito suonare una sola volta, e fu l’inizio di un percorso che lo avrebbe portato a collaborare con Donald Byrd e, poco dopo, a incidere il suo primo album da solista, Takin’ Off, per la Blue Note Records.

Il salto definitivo arrivò quando Miles Davis lo invitò a unirsi al suo quintetto nel 1963. Hancock non si limitò ad adattarsi allo stile del gruppo, ma contribuì a ridefinire il ruolo della sezione ritmica nel jazz: dove prima i pianisti marcavano il tempo, lui lo sfumò con accordi sospesi e frasi che scorrevano come conversazioni. Ma Hancock non rimase ancorato al passato. All’inizio degli anni ’70, mentre il mondo del jazz iniziava a subire il peso dell’elettrificazione, fu tra i primi ad abbracciare tastiere e drum machine. Il risultato fu Head Hunters, un disco che sembrava aver mescolato il groove di James Brown con la sofisticazione di un quartetto di Miles. Brani come Chameleon o Watermelon Man — quest’ultimo, un suo tema che Mongo Santamaría trasformò in un successo — dimostrarono che il jazz poteva essere funk senza perdere la sua essenza. In quel periodo, Hancock non si limitava a registrare con i sintetizzatori, ma li collegava a pedali wah-wah e a un Echoplex, creando texture che sarebbero poi diventate standard per lo strumento.

1 Album
4 Canzoni

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Canzoni essenziali

1 album · 1973

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Dati, premi, membri e altro

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Biografia

Oltre agli album, Hancock ha sempre cercato modi per portare la sua musica in nuovi territori. Negli anni ’80, il suo tema strumentale Rockit — una collaborazione con Bill Laswell — divenne un successo inaspettato nelle radio, mescolando beat elettronici con un groove che sembrava proiettato nel futuro. Ma forse il suo progetto più personale fu River: The Joni Letters, un omaggio a Joni Mitchell che nel 2008 gli valse il Grammy come Album dell’Anno. A quel punto, Hancock aveva già dimostrato di poter muoversi con disinvoltura tra jazz puro, fusion e persino musica classica senza perdere la propria voce. Nel 2024, un critico lo ha nominato il miglior tastierista di tutti i tempi, e l’anno successivo ha ricevuto il Polar Music Prize. Oggi, oltre a continuare a esibirsi, insegna alla UCLA Herb Alpert School of Music e presiede il Herbie Hancock Institute of Jazz, dove condivide ciò che ha appreso in cinque decenni di reinventare il suono del pianoforte.

Dati

Nacimiento
12 abr 1940
País
🇺🇸 Stati Uniti
Género
Jazz

Premi e riconoscimenti

  • Grammy
  • Grammy alla carriera

Etichette discografiche

Columbia Records Columbia Blue Note Records Blue Note Warner Records Warner Bros. Mercury Records Mercury Verve Records Verve