Tra le sue dodici canzoni, tre spiccano per come condensano lo stile che avrebbe poi definito la bossa nova. The Girl From Ipanema, scritta con Vinicius de Moraes, è quella che tutti riconoscono all’istante, ma in questo disco suona diversa: meno commerciale, più intima, come se Jobim avesse lasciato che il pianoforte respirasse tra una nota e l’altra. Corcovado e Desafinado completano il trio con quella cadenza che sembra muoversi senza fretta ma senza sosta, come il ritmo di un samba che si dissolve in accordi jazz. Il curioso è che, sebbene l’album sia stato registrato lontano da Rio, l’aria della città — quel calore umido, le lunghe ombre sulla spiaggia — si insinua in ogni brano.
La ricezione fu immediata negli Stati Uniti, dove il disco divenne un ponte tra due mondi musicali. Non ci volle molto per arrivare nelle classifiche, e sebbene non ci fossero premi o record da strombazzare ai quattro venti, la sua influenza fu rapida: i musicisti jazz iniziarono a reinterpretare questi brani, e all’improvviso il samba non era più solo roba del Brasile. Registrato in tre sessioni con attrezzature prestate, il disco suona come se ogni strumento fosse stato accordato a mano, senza correzioni dell’ultimo momento. Questo sì, non tutto fu perfezione: alcune take presentavano piccoli errori di tempo, ma proprio quei dettagli gli diedero un’aria più umana, come se Jobim avesse preferito l’emozione alla precisione.