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La storia dietro
Favela, secondo DoReSol
Favela non suona come una canzone qualsiasi. Inizia con un piano che si muove tra accordi lunghi e una melodia che sembra disegnare il paesaggio di una collina al tramonto. La voce di Jobim entra dolce, quasi sussurrando, e in meno di un minuto eccoti già lì, in mezzo a quel quartiere dove le case si affollano sul pendio. Non è un brano epico né drammatico; è una cartolina sonora, intima, che cattura la vita in quei luoghi senza cadere nel folclore. L’arrangiamento è minimalista: chitarra acustica, contrabbasso e percussioni sottili, come se ogni strumento respirasse al ritmo di chi cammina per quelle strade.
Il brano nacque negli anni Sessanta, quando Jobim da anni mescolava il samba con il jazz che ascoltava nelle registrazioni di Gerry Mulligan o Chet Baker. Registrato a New York, ma con l’anima di Rio de Janeiro attaccata a ogni nota, Favela è uno di quei pezzi che non hanno bisogno di grandi orchestrazioni per trasmettere qualcosa di profondo. Il compositore aveva già menzionato in precedenza l’influenza di Claude Debussy nelle sue armonie, e qui si nota: c’è una delicatezza nei cambi di accordo che ricorda quei paesaggi sonori impressionisti. Il testo, in portoghese, non spiega né moraleggia; semplicemente *è*, come il fumo che si alza tra le case. Durò tre minuti e diciotto secondi, ma in quel tempo riuscì a fare qualcosa di raro: rendere una parola così carica come “favela” leggera, quasi poetica.
Dall'album
The Composer of Desafinado, Plays
Antonio Carlos Jobim · 1963 · Track 5
Dati