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La storia dietro
One Note Samba, secondo DoReSol
La magia di One Note Samba inizia con un dettaglio che sembra una battuta musicale: una melodia che si regge su una singola nota per quasi metà del brano. Jobim la compose come un gioco armonico, ma il risultato è una di quelle composizioni che, ascoltandola, ti fa sorridere senza sapere perché. Il trucco sta nel modo in cui quella nota unica — di solito un *re* — scivola su accordi che scendono come gradini, mentre il ritmo della bossa nova le conferisce un equilibrio che sembra fluttuare. Non è un assolo di virtuosismo, ma di intelligenza: ogni ripetizione di quella nota risuona in modo diverso a seconda dell'accordo che la sostiene, come se il tempo stesso potesse allungarsi e restringersi a piacimento.
Il brano nacque nel 1960 come Samba de uma Nota Só in portoghese, con testo di Newton Mendonça, ma il suo salto alla fama arrivò tre anni dopo, quando l'album Jazz Samba — di Stan Getz, Charlie Byrd e Gene Betts — lo portò al primo posto della classifica Billboard 200. Il disco, registrato in appena tre sessioni con attrezzature prestate, non cercava il successo, ma di catturare un suono nuovo: la fusione tra bossa nova e jazz che Jobim sognava fin da quando ascoltava Gerry Mulligan e Chet Baker negli anni Cinquanta. Quella versione, con il suo tono rilassato e quel solo di chitarra che sembra sussurrare, divenne uno standard che ancora oggi appare in libri come il Real Book. In seguito, artisti come Sergio Mendes o Barbra Streisand la adattarono, ma l'originale rimane quel momento in cui una singola nota si ripete abbastanza a lungo perché l'ascoltatore senta il mondo fermarsi.
Dall'album
The Composer of Desafinado, Plays
Antonio Carlos Jobim · 1963 · Track 8
Dati