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La storia dietro
Dreamer, secondo DoReSol
Dreamer suona come un sospiro che si prolunga nell’aria di un pomeriggio a Rio. Non è solo una canzone: è quel momento in cui la chitarra e il piano si intrecciano con una calma che sembra fermare il tempo. La melodia scorre con una naturalezza ingannevole, come se ogni nota fosse stata scolpita affinché l’ascoltatore senta di poterla fischiettare senza sforzo, per poi scoprire che gli risulta difficile seguirla senza perdersi nella sua dolcezza.
Fu registrata a New York con una squadra che non cercava la grandiloquenza, ma quell’essenza che Jobim portava già dentro di sé. Il produttore Creed Taylor e l’ingegnere Val Valentin lasciarono che il piano e la voce di Jobim respirassero nello studio, senza sovraccaricare il suono. Il brano dura poco più di due minuti e mezzo, ma in quel lasso di tempo si condensano decenni di jazz, samba e quella miscela che il musicista brasiliano battezzò come bossa nova. Jobim attingeva da Gerry Mulligan e Chet Baker, ma anche da Claude Debussy e dal ritmo ipnotico delle strade di Rio de Janeiro. La sua chitarra non aveva l’intenzione di emergere, ma di accompagnare con la stessa discrezione con cui il mare lambisce la sabbia.
Dall'album
The Composer of Desafinado, Plays
Antonio Carlos Jobim · 1963 · Track 4
Dati