🇮🇹 IT · Italia · Capitolo 5 di 8

I Cantautori: Quando la Canzone Italiana Divenne Letteratura (1960–presente)

In Francia esisteva la *chanson* — Brassens, Brel, Piaf — e in America esisteva il folk di Bob Dylan e Joan Baez. L'Italia guardò a entrambe le tradizioni, le assorbì e produsse qualcosa di diverso: il **cantautore** — che a partire dagli anni Sessanta divenne la figura più rispettata e più influente della cultura musicale italiana.

11 min di lettura pubblicato 27/05/2026 5 letture di DoReSol
I Cantautori: Quando la Canzone Italiana Divenne Letteratura (1960–presente)

Un cantautore non è semplicemente un cantante che scrive le proprie canzoni. È un artista il cui strumento principale è la parola: che considera il testo della canzone come testo letterario, che cita poeti e filosofi nei suoi dischi, che usa la melodia come veicolo di idee e non come fine a sé stessa. La differenza tra il cantautore e il cantante pop è la differenza tra uno scrittore e qualcuno che compila moduli: entrambi usano le parole, ma non fanno la stessa cosa con esse.

La generazione di cantautori emersa in Italia negli anni sessanta e settanta — De André, Guccini, Dalla, De Gregori, Venditti, Fossati — è la più grande nella storia della canzone d'autore italiana e una delle più grandi di qualsiasi tradizione di canzone popolare in qualsiasi lingua. I loro dischi sono studiati nelle università. I loro testi sono citati come poesia. Le loro canzoni continuano a formare generazioni di musicisti italiani che non erano ancora nati quando furono registrate.

La Scuola Genovese: il porto come origine del mondo

Non è casuale che il movimento cantautorale italiano più importante degli anni sessanta sia nato a Genova — una città portuale, oscura, labirintica, con una tradizione di marinai e commercianti che avevano visto il mondo e lo avevano riportato sotto forma di storie. Genova non è Roma né Milano: non ha la grandiosità della prima né l'efficienza capitalista della seconda. Ha i vicoli e il mare e l'umidità e una tradizione di vedersi come distinta dal resto d'Italia.

La Scuola Genovese — il nome che la critica diede al gruppo di cantautori nato in città — comprendeva Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi e, il più grande di tutti, Fabrizio De André. Tutti erano cresciuti ascoltando Jacques Brel e Georges Brassens — i cantautori francesi che avevano trasformato la chanson in un'arte capace di parlare di tutto con la stessa serietà della letteratura — e avevano deciso di fare lo stesso in italiano, con la sensibilità genovese, con lo sfondo del mar Mediterraneo come paesaggio permanente.

Fabrizio De André: Il Poeta degli Ultimi

Fabrizio De André nacque il 18 febbraio 1940 a Genova — nel quartiere di Pegli, figlio di un imprenditore antifascista che durante la guerra fuggì con la famiglia in campagna, nella cascina di Revignano d'Asti, dove il piccolo Fabrizio imparò a conoscere la vita contadina e a parlare con la gente che non aveva nulla. Quell'esperienza infantile della povertà vista da vicino, con gli occhi di un bambino di famiglia benestante che si rende conto che il mondo ha molti strati e che gli strati più bassi sono i più onesti, segnò tutta la sua opera.

A Genova, da adolescente, suonò la chitarra nel Modern Jazz Group insieme a Luigi Tenco — Tenco al sassofono, De André alla chitarra — e i due costruirono un'amicizia e una visione condivisa di ciò che la canzone italiana poteva essere: un'arte seria, letteraria, impegnata verso coloro che la società preferiva non vedere.

Le sue prime canzoni — "La Canzone di Marinella" (1964), "La Guerra di Piero" (1964), "Via del Campo" (1967), "Bocca di Rosa" (1967) — stabilirono immediatamente chi fossero i suoi protagonisti: le prostitute, i soldati che muoiono in guerre che non capiscono, gli emarginati dei vicoli di Genova, coloro che vivono fuori dalla legge e fuori dalla morale borghese. E il suo punto di vista su di loro era sempre lo stesso: una compassione senza giudizio, un amore per l'umanità imperfetta che non condanna né idealizza, ma semplicemente guarda e descrive con l'onestà di chi sa che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior."

"Non al Denaro Non all'Amore Né al Cielo" (1971) fu la sua opera più ambiziosa di quel primo periodo: un album concettuale basato sull'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters — il poeta nordamericano che aveva scritto gli epitaffi immaginari degli abitanti di una città fittizia del Midwest americano — tradotto e adattato in italiano con la collaborazione di Fernanda Pivano, la traduttrice che aveva presentato all'Italia Hemingway, Kerouac e Ginsberg. Il risultato fu una serie di ritratti di personaggi marginali — il medico, il chimico, il giocatore, il suonatore Jones — cantati con la sobrietà di chi narra senza coinvolgersi e la compassione di chi ama senza approvare.

"La Buona Novella" (1970) fu la sua rilettura dei Vangeli apocrifi: la storia di Gesù e Maria raccontata dalla prospettiva di chi la visse dal basso, con una comprensione del messaggio cristiano come messaggio di libertà e di liberazione degli oppressi che la Chiesa ufficiale difficilmente avrebbe sottoscritto.

Nel 1979, De André e la sua compagna Dori Ghezzi furono rapiti nella loro villa di Tempio Pausania, in Sardegna, dalla banda criminale nota come "la Anonima Sarda." Il sequestro durò quattro mesi — da agosto a dicembre — durante i quali vennero tenuti prigionieri nelle montagne dell'interno dell'isola, in condizioni durissime. Quando fu liberato, De André parlò dei suoi rapitori con una comprensione che sconcertò l'opinione pubblica italiana: aveva capito chi fossero, da dove venissero, perché avessero scelto quella strada. La Sardegna del sequestro divenne la Sardegna amata — la terra che lo aveva rinchiuso lo aveva anche rivelato. I suoi migliori album successivi — Crêuza de mä (1984), in dialetto genovese, e Anime Salve (1996), con Ivano Fossati — sono opere di una maturità artistica che poche figure del pop europeo hanno mai raggiunto.

Morì l'11 gennaio 1999 a Milano, di cancro ai polmoni. Aveva cinquantotto anni. A Genova, la città che lo aveva formato, le sue canzoni cominciarono a risuonare dagli altoparlanti di Via Garibaldi — la strada patrimonio dell'umanità dell'UNESCO — come se la città sapesse che l'unico modo per onorarlo fosse fare ciò che lui aveva sempre chiesto: che la musica arrivasse a tutti, non solo a chi poteva permettersi un biglietto.

Francesco Guccini: Il Professore di Pavana

Francesco Guccini è nato nel 1940 a Modena — la città emiliana dei motori e dell'aceto balsamico — ma la sua anima appartiene a Pavana, il piccolo borgo appenninico tra l'Emilia e la Toscana dove la sua famiglia aveva radici e dove lui tornava ogni volta che la città lo saturava. Professore di italiano al DAMS di Bologna, scrittore di romanzi polizieschi, uomo da osteria che preferiva il vino e la conversazione ai palcoscenici: Guccini è stato il cantautore più letterario della sua generazione, quello che più consapevolmente ha costruito le sue canzoni come testi che potevano essere letti sulla pagina con la stessa soddisfazione con cui si ascoltavano cantati.

Le sue canzoni "La Locomotiva" (1972), una ballata epica su un macchinista anarchico che sequestra la sua locomotiva e la lancia a tutta velocità verso un treno di capitalisti, "L'Avvelenata" (1976), una risposta furiosa e autoironica ai suoi stessi critici, "Cirano" (1977), la difesa di chi vale più di quanto appare, "Dio è Morto" (1967), la canzone che fu vietata dalla RAI per blasfemia e che proprio per questo divenne inno di una generazione — hanno la densità verbale della poesia narrativa e l'accessibilità della migliore canzone popolare. Guccini non ha bisogno che tu lo ascolti: può essere letto.

Lucio Dalla: Da Bologna al Mondo

Lucio Dalla nacque il 4 marzo 1943 a Bologna — lo stesso 4 marzo che diede il titolo alla sua canzone più famosa — in una famiglia di piccola borghesia. Era basso di statura, con occhiali spessi, con una barba che lo faceva sembrare più un intellettuale da osteria che una stella del pop. Eppure fu, insieme a De André, il cantautore italiano più amato del Novecento.

Iniziò come musicista jazz — suonava il clarinetto con una bravura riconosciuta dai professionisti — e impiegò tempo a trovare la propria voce come cantautore. Quando la trovò, fu con una canzone che la censura lo costrinse a mutilare: "4 Marzo 1943" (1971) — la storia di una ragazza madre, figlio di un soldato alleato morto in guerra, cresciuto al porto senza nome di padre — conteneva originariamente il verso "e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino". La censura lo modificò in "per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". La canzone arrivò terza al Sanremo 1971 con la versione censurata e divenne un classico della musica italiana. Chico Buarque e Maria Bethânia ne realizzarono una versione in portoghese.

L'opera più grande di Dalla arrivò più tardi: "Caruso" (1986) — scritta nella stessa stanza dell'Hotel Vittoria di Sorrento dove aveva dormito Enrico Caruso nelle sue ultime notti di vita, quando una guida turistica gli raccontò la storia dell'ultimo amore del grande tenore — è probabilmente la canzone più straordinaria della storia del pop italiano: una ballata sull'amore e sulla morte cantata da un uomo che sente la propria voce spegnersi, con una melodia che unisce la tradizione della canzone napoletana al pop contemporaneo in un modo che sembra impossibile e che tuttavia funziona con l'inevitabilità delle cose perfette.

In collaborazione con Francesco De Gregori — l'altro grande cantautore romano della sua generazione, quello di "Viva l'Italia" e "La Donna Cannone" — realizzò nel 1979 il tour Banana Republic, che fu il momento più importante della storia del cantautorato italiano come spettacolo di massa: due poeti negli stadi, con lo stesso pubblico di un concerto rock.

Dalla morì il 1º marzo 2012 a Montreux, in Svizzera, per un infarto. Aveva sessantotto anni. Tre giorni prima del suo compleanno — il 4 marzo.

Francesco De Gregori e gli anni Settanta

Francesco De Gregori — romano, nato nel 1951, studente di Lettere alla Sapienza — è stato il cantautore dell'immagine poetica: le sue canzoni non raccontano storie lineari, ma accumulano immagini e metafore che funzionano su più livelli simultaneamente. "Viva l'Italia" (1979) — "Viva l'Italia, l'Italia che lavora / l'Italia che si dispera, l'Italia che non muore" — è il ritratto più onesto e più doloroso del paese che possiede: non una celebrazione, ma un inventario di contraddizioni. "La Donna Cannone" (1983) è la storia di una donna enorme che diventa artista di circo e nella cui enormità è contenuta la libertà che gli altri non hanno.

La sua generazione — che comprende anche Antonello Venditti, Ivano Fossati, Roberto Vecchioni e Paolo Conte — ha completato il panorama del cantautorato italiano e ha stabilito che la canzone d'autore era in Italia un genere adulto, serio, capace di competere in rilevanza culturale con la letteratura e il cinema.

Il patrimonio vivente

I cantautori non sono storia: sono presente. Nell'Italia del XXI secolo, artisti come Fabrizio Moro, Ermal Meta, Niccolò Fabi, Samuele Bersani e la generazione più recente del neo-cantautorato continuano a costruire sulla stessa tradizione. Le canzoni di De André e Guccini vengono studiate nei licei italiani. I dischi di Lucio Dalla riempiono le playlist dei giovani che scoprono che la musica italiana ha uno strato che il pop di Sanremo non sempre mostra.

La tradizione del cantautore è la prova più diretta che l'Italia, quando la musica è davvero buona, non ha bisogno che sia semplice per essere popolare. E che la complessità, quando è ben costruita, è anche la cosa più accessibile del mondo.

Nota editoriale: Fabrizio De André impiegò anni ad accettare di cantare dal vivo. Era timido — quella timidezza specifica degli artisti che credono che la propria opera conti più della propria persona. Quando finalmente iniziò a fare tournée, nel 1975, il pubblico scoprì che la voce che cantava era esattamente la voce delle canzoni: senza artificio, senza messa in scena, senza distanza tra l'uomo e l'artista. "Dal letame nascono i fior" — dal letame nascono i fiori. De André lo cantò per tutta la vita. E lo visse.

10 · 1 en DoReSol

Top 10 dei Cantautori Italiani

#CanciónArtista
01

Caruso

Andrea Bocelli · Lucio Dalla

1986

Canción
02

La Guerra di Piero

Fabrizio De André

1964

Pendiente
03

La Locomotiva

Francesco Guccini

1972

Pendiente
04

Non al Denaro Non all'Amore Né al Cielo

Fabrizio De André

1971

Pendiente
05

Bocca di Rosa

Fabrizio De André

1967

Pendiente
06

4 Marzo 1943

Lucio Dalla

1971

Pendiente
07

Viva l'Italia

Francesco De Gregori

1979

Pendiente
08

Via del Campo

Fabrizio De André

1967

Pendiente
09

Dio è Morto

Francesco Guccini

1967

Pendiente
10

Crêuza de mä

Fabrizio De André

1984

Pendiente
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Italia

Opera, canzone napoletana, cantautori e la nuova scena. Dieci secoli di canzone.

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