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Crêuza de mä 1984
Album · di Fabrizio De André ↗ Vai all'artista

Crêuza de

Crêuza de mä non è un disco che suona come se fosse del 1984. Registrato a Milano con attrezzature che non erano le migliori dell’epoca, il suono qui è ruvido, quasi artigianale: le corde graffiate della chitarra, i fiati che sembrano una brezza marina, la voce di Faber che si spezza tra dialetto e italiano come se ogni parola gli costasse uno sforzo. Non c’è lucidatura da studio, solo l’urgenza di chi registra con ciò che ha a portata di mano. Il risultato è un disco che sa di salsedine e inchiostro fresco, come se le canzoni fossero state scritte in un taccuino di marinaio e portate in studio senza tempo per limarle. La magia sta nel modo in cui Fabrizio Cristiano De André —o Faber, come lo chiamavano gli intimi— mescola il genovese con l’italiano e persino qualche termine in sardo.

Anno
1984
Canzoni
7
Durata
33 min 37 seg
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Sull'album

Crêuza de mä, secondo DoReSol

I testi non sono semplici storie: sono ritratti di personaggi che la società tende a ignorare. In Crêuza de mä, il mare non è solo una scenografia, ma un altro personaggio, testimone di vite che passano senza lasciare traccia. Le tre canzoni che risuonano di più sono Crêuza de mä, Sidún e  duménega. La prima, che dà il titolo all’album, parla di un sentiero costiero che si snoda tra scogliere; la seconda, Sidún, è un lamento che sembra emergere dalle profondità del Mediterraneo; e la terza,  duménega, ha l’aria di una ballata che si conficca nella memoria come un amo. Non sono brani da ascoltare distrattamente: richiedono attenzione, come se ogni verso nascondesse un segreto che solo il mare potrebbe comprendere. Lo registrarono in tre settimane con musicisti che non erano stelle ma conoscevano il mestiere.

Il disco non mirava a vendere milioni, ma a catturare qualcosa che ancora non esisteva: una fusione di folk mediterraneo, jazz e poesia di strada. Quando uscì, non fu un successo commerciale, ma chi lo ascoltò lo custodì come un tesoro. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, rimane un disco che si scopre poco alla volta, come una mappa antica che ogni volta che la apri rivela nuove rotte.