La storia dietro
Roots Bloody Roots, secondo DoReSol
Quando Roots Bloody Roots irruppe nel 1996, non fu solo un colpo secco negli altoparlanti: fu come se qualcuno avesse collegato un amplificatore direttamente alla terra su cui camminavano i brasiliani. Il riff principale non suona come un metal convenzionale; pulsa con una cadenza tribale che si conficca nel petto, come un richiamo ancestrale. Non è un caso che il video — girato tra le catacombe di Salvador, dove un tempo si trafficava in esseri umani — mostri la band circondata da percussionisti del Timbalada e capoeiristi: la canzone non si limita a essere suonata, si sente nel corpo, come un rituale. Persino la copertina del singolo, con quel disco rosso e quel logo di spine, sembra intagliata a mano in qualche bottega perduta di Belo Horizonte.
Le registrazioni all’Indigo Ranch in California, tra ottobre e dicembre 1995, furono un esperimento controllato: il produttore Ross Robinson cercava di catturare l’essenza grezza dell’album Roots, finendo con un suono che sapeva di fango, sudore e legno bruciato. Tra i crediti del missaggio figura Andy Wallace, ma fu l’ingegnere Chuck Johnson a plasmare davvero il groove, lasciando che ogni colpo di batteria di Igor Cavalera respirasse senza essere troppo pulito. Il risultato è una canzone che non chiede permesso per entrare: dura 3 minuti e 32 secondi, ma in quel tempo trovano posto secoli di storia brasiliana, dal Candomblé alle chiese cattoliche che appaiono nel video. Fino al premio Kerrang come "Video of the Year" nel 1996 sembra un dettaglio minore di fronte a qualcosa che, decenni dopo, continua a essere la colonna sonora dei concerti che terminano in estasi.
Dall'album
Roots
Sepultura · 1996 · Track 1
Dati
Crediti
Testo Max Cavalera
Musica Sepultura