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1 album · 2009
Discografia completa
Condividono scena, decennio e ossessioni
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Dati, premi, membri e altro
Altro su Muse
Biografia
Il loro primo disco, Showbiz (1999), prodotto da John Leckie — lo stesso che aveva lavorato con Radiohead in The Bends —, li mise sulla mappa. I singoli "Cave" e "Muscle Museum" suonarono nelle radio europee, ma furono i brani più oscuri come "Sunburn" a definirne l’essenza: chitarre che si contorcono, bassi che ringhiano e testi che parlano di solitudine nei piccoli paesi. L’album vendette 700.000 copie senza bisogno di grandi tour, ma la vera svolta arrivò con Origin of Symmetry (2001). Qui, Bellamy portò la sua ossessione per il pianoforte classico a un altro livello: canzoni come "Plug In Baby" non suonano come rock, ma come una suite sinfonica con distorsione. La band non era più una promessa; era un fenomeno che varcava i confini. Absolution (2003) consolidò quel salto: brani come "Time Is Running Out" mescolavano cori grandiosi a groove che ricordavano il funk, mentre la copertina — un astronauta in caduta libera — riassumeva la loro estetica: caos controllato, come se suonassero sul ciglio di un abisso. A quel punto, non avevano più bisogno di paragoni con nessuno. Avevano trovato il loro linguaggio.
In Black Holes and Revelations (2006), il suono divenne ancora più ambizioso. Registrato tra Francia, Italia e Inghilterra, il disco mescola space rock con tocchi di elettronica e persino un omaggio alla musica italiana in "Supermassive Black Hole". Il brano che dà il titolo all’album suona come un inno cosmico, con un basso che sembra provenire dalle profondità dell’universo e chitarre che imitano le sirene di navi interstellari. Il disco li portò a suonare allo Stadio Olimpico di Roma davanti a 60.000 persone, un momento catturato in HAARP (2008), un album dal vivo che ne cattura l’energia: Howard che percuote i piatti come se ogni colpo fosse un battito del pianeta, Wolstenholme che muove il basso come un ariete, e Bellamy che sfida il pubblico con note che sembrano impossibili. A quel punto, non erano più una band; erano uno spettacolo in sé stessi.
Con The Resistance (2009) e Drones (2015), hanno vinto due Grammy come Miglior Album Rock e hanno dimostrato di poter evolvere senza perdere la propria essenza. Il primo è un’opera rock sulla resistenza umana, con cori che ricordano i Queen e chitarre che imitano inni di guerra. Il secondo, Drones, è un disco concettuale sulla disumanizzazione, dove basso e batteria creano atmosfere opprimenti, come se l’album stesso fosse un campo di battaglia. In mezzo, The 2nd Law (2012) li ha portati a esplorare l’electro e il dubstep, ma anche nei loro esperimenti più audaci c’è sempre qualcosa che li tradisce: quel basso che pulsa come un cuore, quelle chitarre che sembrano scritte per essere urlate in uno stadio, e quell’ossessione per trasformare ogni canzone in un viaggio. Non importa se il palco è un club a Manchester o l’O2 Arena di Londra: quando i Muse salgono sul palco, non suonano musica. Costruiscono cattedrali di suono.
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