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La storia dietro
Mojave, secondo DoReSol
In Wave, il quinto album di Jobim, Mojave è quel brano che passa in fretta ma lascia il segno: dura solo due minuti e mezzo eppure sembra più una soundscape che una canzone. Non è un pezzo che si distingue per la sua struttura complessa, ma per come Jobim riesce a condensare in quei pochi accordi un’atmosfera che sembra fuggire da un deserto al tramonto. Il pianoforte suona pulito, quasi un sussurro, e la base ritmica —con quel basso che striscia e le corde che si allungano— disegna un orizzonte vasto, come se la musica stessa respirasse l’aria secca di Mojave. È uno di quei momenti in cui la bossa nova diventa più jazz che samba, più paesaggio che ritmo.
La registrazione di Wave nel 1967 a New York riunì musicisti statunitensi allo stile brasiliano di Jobim, e Mojave è un chiaro esempio di quella fusione: l’arrangiamento di Claus Ogerman —con le sue corde eteree e gli ottoni che si intrecciano— gli conferisce un’aria di sofisticata classicità, mentre l’interpretazione di Ron Carter al basso ancorava tutto in un groove sottile ma saldo. L’ingegnere Rudy van Gelder catturò quel suono in studio, e il produttore Creed Taylor riuscì a far arrivare l’album alle orecchie del pubblico, anche se Wave non fu un successo di massa: nella Billboard 200 sfiorò appena la posizione 114, mentre nella classifica Jazz Albums raggiunse il quinto posto. Ma al di là dei numeri, ciò che rimane è la sensazione che Mojave esista in quel limbo tra il quotidiano e l’onirico, come se Jobim avesse voluto catturare in due minuti e mezzo il silenzio che precede l’alba nel deserto.
Dall'album
Wave
Antonio Carlos Jobim · 1967 · Track 6
Dati