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La storia dietro
Me voy, secondo DoReSol
La voce di Atahualpa Yupanqui in Me voy suona come un addio che non fa male, come un cammino che si apre senza fretta. Non è una canzone che piange né che si oppone: avanza con la chitarra che strimpella come un passo sicuro sulla terra, mentre il testo lascia indietro ciò che non serve più. C’è qualcosa nel suo ritmo, tra il lamentevole e il sereno, che la rende diversa dalle altre del suo stile. Non è un brano che inviti a ballare, né a una malinconia quieta: è un arrivederci che cammina, con la certezza di chi sa che il viaggio continua.
La registrò negli anni Sessanta, quando già da decenni girava per i villaggi con la sua chitarra e le sue storie. Yupanqui non cercava fama né dischi d’oro: cercava che la sua musica suonasse vera, che quella verità facesse male o rallegrasse. La Francia lo riconobbe nel 1986, quando lo nominò Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere, ma lui preferiva ancora le peñas alle sale da concerto. Me voy non nacque in uno studio di registrazione costoso né con musicisti di sessione: nacque dove la sua arte era sempre nata, tra la polvere delle strade e le voci che si univano a lui senza chiedere permesso. La canzone rimane viva perché, alla fine, tutti ce ne andiamo da qualcosa. E questa sembra un avvertimento senza rimproveri.
Dall'album
Camino del Indio
Atahualpa Yupanqui · 2004 · Track 9
Dati