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La storia dietro
Malambo, secondo DoReSol
Malambo non è solo una canzone: è un battito che si intreccia nel silenzio e lo riempie con il mormorio delle pampas. Non ci sono cori né ritornelli, solo una chitarra che striscia come la polvere sollevata da un cavallo al galoppo e una voce che suona più come memoria che come canto. Il brano non chiede permesso per insediarsi nella testa; si insinua attraverso i pori e vi rimane, come un paesaggio che si riconosce senza averlo mai visto prima.
Lo registrò nel 1986, in uno studio francese dove il freddo di Nîmes sembrava abbinarsi alla nostalgia di chi aveva già percorso mezzo mondo con la sua chitarra. A quel tempo, Atahualpa Yupanqui —nome che in quechua significa "colui che viene da terre lontane per parlare"— da decenni era il cronista di un paese che molti cantavano ma pochi comprendevano davvero. Non cercava fama né premi: cercava che il malambo, quella danza di piedi e sudore, avesse una voce. E ce l’ebbe. Tanto che, anni dopo, la Francia lo nominò Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere, come se quel gesto di un paese straniero gli desse ragione a chi aveva sempre saputo che la sua musica era un ponte tra ciò che è andato e ciò che rimane vivo.
Dall'album
Camino del Indio
Atahualpa Yupanqui · 2004 · Track 2
Dati