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Dall'album
Doolittle
Pixies · 1989 · Track 1
Dati
La storia dietro
La prima volta che ascolti Debaser, il colpo di batteria di Dave Lovering ti trascina prima che la chitarra di Joey Santiago lasci partire quel riff tagliente, come un coltello che fende l’aria. Non è un brano che si presenta: irrompe. Le parole arrivano dopo, con la voce roca di Black Francis che canta di "occhi aperti" mentre il basso di Kim Deal disegna una linea che sembra fluttuare sul caos. Il dettaglio che più spicca è il riferimento diretto a Un chien andalou, quel cortometraggio surrealista del 1929 in cui un occhio viene squarciato da una lametta, ma qui non c’è spiegazione: solo l’immagine cruda e la frase "slicin’ up eyeballs", ripetuta come un mantra che non chiede interpretazione. Il titolo stesso è un gioco di parole: Debaser non è solo un insulto, ma un tentativo di coniare un termine che, secondo il compositore, nessuno ha adottato in seguito. Il brano funziona come un *collage*: il suono sporco dei Pixies, i testi che sembrano tratti da un sogno febbrile e quell’aria di provocazione calcolata.
Registrata agli Downtown Recorders di Boston durante le sessioni di Doolittle nel 1989, Debaser nacque da un’ossessione personale. Black Francis aveva visto due volte il film di Buñuel e decise di dover trasformare quella sensazione di assurdo in musica. La prima versione includeva addirittura un omaggio a Purple Rain — "Shed, Apollonia!" — poi sostituito dal titolo in spagnolo storpiato ("un chien andalusia"), alla ricerca di quel equilibrio tra il pretenzioso e il contagioso. Il brano divenne l’apertura di Doolittle, un disco che mescolava produzione raffinata a testi che parlavano di tortura biblica e morte, ma Debaser si distinse per essere l’unico pezzo a portare quel peso visivo esplicito. Anni dopo, nel 1997, la versione in studio fu ripubblicata come singolo per promuovere la compilation Death to the Pixies, e nel 2004 venne registrata una versione live a New York inclusa nell’album Hey. Finì persino in un videogioco, mixata con "Invaders Must Die" dei The Prodigy per DJ Hero 2, come se il surrealismo di Buñuel e il caos elettronico potessero convivere nello stesso loop.