Inizio · Canzoni · The Paul Butterfield Blues Band · Born in Chicago
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Dall'album
The Paul Butterfield Blues Band
The Paul Butterfield Blues Band · 1965 · Track 1
Dati
La storia dietro
Il primo accordo di Born in Chicago suona come un grido che striscia sull’asfalto: una miscela di urgenza e nostalgia che non chiede permesso per restare. Il testo non nasconde il suo messaggio: parla di ragazzi cresciuti nella stessa città e finiti intrappolati in qualcosa di più grande di loro. Non è un blues che rimane nel bar del quartiere, ma uno che esce in strada e trascina l’ascoltatore a camminare tra ombre e luci al neon. Il riff iniziale, tagliente e ripetitivo, funziona come un battito che non si ferma, e l’armonica di Paul Butterfield entra come un sussurro che presto diventa grido. Registrata in due take distinte a mesi di distanza, la canzone nacque nello Mastertone Studio di New York City nel 1965, ma la sua essenza già girava per i club di Chicago anni prima, quando Nick Gravenites la suonava in duo con Mike Bloomfield. Non era solo una canzone: era un avvertimento che il blues poteva essere qualcosa di più della nostalgia, poteva essere uno specchio di ciò che accadeva fuori dai palchi.
La prima versione, prodotta da Paul Rothchild per la Elektra Records, fu registrata nell’aprile del 1965 e finì in una compilation intitolata Folksong '65. Ma Rothchild non rimase soddisfatto: voleva più corpo, più strati. Nel settembre dello stesso anno tornarono in studio, questa volta con Mark Naftalin all’organo, per registrare la take che sarebbe finita nell’album di debutto della band. Il risultato uscì nell’ottobre del 1965 e divenne uno dei primi dischi di blues a superare la barriera del pubblico bianco negli USA. La canzone, con i suoi appena due minuti e cinquantacinque secondi, non solo aprì l’album: aprì una porta. Da allora, Born in Chicago è stata reinterpretata da artisti come Jesse Colin Young, Pixies, George Thorogood e Tom Petty, ma nessuna versione è riuscita a eguagliare quella miscela di rabbia contenuta e malinconia che suona come Chicago stessa. Nel 2016, il critico Jay Gentile la descrisse come un brano ancora attuale, con testi che parlano di giovani perduti nella violenza delle strade, come se il tempo non fosse passato.