Inizio · Artisti · Ornette Coleman

Fort Worth, Stati Uniti · 1940 · s–2015

Ornette Coleman

Ornette Coleman non fu un musicista che si accontentò delle regole del jazz del suo tempo. Il suo suono, acuto e ricco di sfumature, infrangeva ciò che era stabilito: abbandonava le progressioni di accordi fisse, i ritmi rigorosi e le strutture tradizionali per lasciare che la musica respirasse dal blues e dall’improvvisazione collettiva. Questa ricerca lo portò a essere uno dei nomi chiave nella creazione del free jazz, uno stile che non seguiva spartiti né gerarchie, ma lasciava che ogni strumento — e ogni musicista — contribuisse con la propria voce. Il suo sassofono, a volte di plastica nelle sue prime registrazioni, suonava come un grido contenuto, tra malinconia e rottura, come se ogni nota cercasse un posto che ancora non esisteva nella mappa del jazz.

Tutto cambiò quando il suo quartetto si insediò al Five Spot Café di New York nel novembre del 1959. Lì, accanto a Don Cherry alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria, Coleman dimostrò che la musica poteva fluire senza vincoli. Il disco nato da quella residenza, The Shape of Jazz to Come, non solo definì la sua carriera, ma scosse le fondamenta del genere. Brani come Lonely Woman o Broadway Blues divennero punti di riferimento per chi cercava qualcosa di diverso: melodie che non rispettavano le regole, ma suonavano inevitabili, come se fossero sempre esistite. Per molti era una truffa; per altri, un genio. Sta di fatto che, in meno di un anno, il jazz non sarebbe più stato lo stesso.

1 Album
6 Canzoni
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1 album · 1959

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Biografia

Negli anni successivi, Coleman continuò a esplorare. Con Free Jazz: A Collective Improvisation (1960), portò l’idea ancora più in là: due quartetti che suonavano contemporaneamente, senza un centro chiaro, senza un protagonista unico. La registrazione di quaranta minuti era caotica e precisa al tempo stesso, come un esperimento che sfidava la logica. Più tardi, in Skies of America (1972), portò la sua musica in un altro territorio: una sinfonia interpretata dalla London Symphony Orchestra, dove il suo sassofono si intrecciava con archi e ottoni. Ma non si fermò lì. Negli anni ’70, formò il Prime Time, un gruppo elettrico in cui chitarre distorte e ritmi funk si mescolavano alle sue idee di harmolodics — un concetto che, secondo lui, cercava l’uguaglianza tra tutti gli elementi musicali. Per Coleman, non c’erano gerarchie: né negli strumenti, né nei musicisti, né nelle note.

Anche le sue collaborazioni fecero parte del suo lascito. Lavorò con Jerry Garcia in Virgin Beauty (1988), con Pat Metheny in Song X (1985) e persino con l’orchestra di Howard Shore per la colonna sonora di Naked Lunch (1991). Nel 1993 salì sul palco con i Grateful Dead e rimase a suonare quattro brani, tra cui un blues di Bobby Bland. Ma uno dei suoi momenti più inaspettati arrivò nel 2006, quando Sound Grammar gli valse il Premio Pulitzer per la Musica nel 2007, un riconoscimento che confermò ciò che molti già sapevano: Coleman non aveva solo cambiato il jazz, ma aveva aperto porte che altri stavano ancora esplorando.

Dati

Nascita
9 mar 1930
Paese
🇺🇸 Stati Uniti
Genere
Jazz

Premi e riconoscimenti

  • Grammy alla carriera

Etichette discografiche

Atlantic Records Atlantic * Blue Note Records Blue Note * Verve Records Verve