Il brano che dà il nome all’album, I’m Alright (You Gotta Go There to Come Back), è un viaggio sonoro: batterie in loop, un piano che si ripete come un battito e una voce che ricorda John Lennon nei suoi giorni più sregolati. Ma il disco non si ferma qui. Help Me (She’s Out of Her Mind) parte con un groove funk che ti afferra per le spalle, mentre Madame Helga mescola gospel e metal sporco, come se Jones avesse infilato un sermone in una festa di garage. Climbing the Wall è un’altra sorpresa: country con archi e un assolo di chitarra che sembra uscito da un disco di Southern rock, e Maybe Tomorrow scorre come un soul inglese, con quella malinconia che affiora solo quando il tema è personale. Jones lo ammise: i testi nacquero dalla sua rottura dopo dodici anni, e il dolore si insinua in ogni accordo. Non è un disco sull’amore perduto, ma su ciò che rimane dopo: la rabbia, la confusione e quella miscela di orgoglio e sconfitta che conoscono solo chi ci è passato.
La stampa dell’epoca lo definì "accidentalmente hip", paragonandolo a band che rivitalizzavano il garage rock, ma You Gotta Go There to Come Back è più di una moda: è un disco che respira. Gli archi in Rainbows and Pots of Gold suonano come Marvin Gaye, e i riff di You Stole My Money Honey hanno il peso degli AC/DC ma con una sfumatura britannica. Registrato in tre studi diversi — da Hook End Manor a Abbey Road — il suono non è perfetto, ma è proprio questo che lo rende vivo. Vendette oltre cento mila copie nella sua prima settimana nel Regno Unito e arrivò in cima alle classifiche, ma il vero merito sta nel modo in cui suona: come se ogni canzone fosse stata scritta in un’unica take, con sudore e alcol in mezzo.