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You Gotta Go There to Come Back 2003
Album · di Stereophonics ↗ Vai all'artista

You Gotta Go There to Come Back

You Gotta Go There to Come Back sembra un disco registrato tra risate e chitarre sporche, come se la band avesse riversato tutto il caos dei loro concerti nello studio. Stereophonics lo produssero a Hook End Manor per quasi un anno, tra gennaio e dicembre 2002, ma il risultato non è un prodotto levigato: è un blues rock stratificato con soul anni ’70, chitarre che grugniscono e testi che sembrano confessioni. Kelly Jones voleva catturare l’energia dal vivo, e ci riuscì: nelle session c’erano tecnici, compagne dei musicisti e perfino amici, come se fosse una festa finita in registrazione. Il disco ha quella miscela di rozzezza e dettaglio che nasce solo quando tutti sono sulla stessa lunghezza d’onda. La copertina, con il suo tono seppia e quella foto sfocata, già avverte che non si tratta di un lavoro freddo.

Anno
2003
Canzoni
14
Durata
63 min 4 seg
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Sull'album

You Gotta Go There to Come Back, secondo DoReSol

Il brano che dà il nome all’album, I’m Alright (You Gotta Go There to Come Back), è un viaggio sonoro: batterie in loop, un piano che si ripete come un battito e una voce che ricorda John Lennon nei suoi giorni più sregolati. Ma il disco non si ferma qui. Help Me (She’s Out of Her Mind) parte con un groove funk che ti afferra per le spalle, mentre Madame Helga mescola gospel e metal sporco, come se Jones avesse infilato un sermone in una festa di garage. Climbing the Wall è un’altra sorpresa: country con archi e un assolo di chitarra che sembra uscito da un disco di Southern rock, e Maybe Tomorrow scorre come un soul inglese, con quella malinconia che affiora solo quando il tema è personale. Jones lo ammise: i testi nacquero dalla sua rottura dopo dodici anni, e il dolore si insinua in ogni accordo. Non è un disco sull’amore perduto, ma su ciò che rimane dopo: la rabbia, la confusione e quella miscela di orgoglio e sconfitta che conoscono solo chi ci è passato.

La stampa dell’epoca lo definì "accidentalmente hip", paragonandolo a band che rivitalizzavano il garage rock, ma You Gotta Go There to Come Back è più di una moda: è un disco che respira. Gli archi in Rainbows and Pots of Gold suonano come Marvin Gaye, e i riff di You Stole My Money Honey hanno il peso degli AC/DC ma con una sfumatura britannica. Registrato in tre studi diversi — da Hook End Manor a Abbey Road — il suono non è perfetto, ma è proprio questo che lo rende vivo. Vendette oltre cento mila copie nella sua prima settimana nel Regno Unito e arrivò in cima alle classifiche, ma il vero merito sta nel modo in cui suona: come se ogni canzone fosse stata scritta in un’unica take, con sudore e alcol in mezzo.