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La storia dietro
High as the Ceiling, secondo DoReSol
Il brano High as the Ceiling dei Stereophonics è uno di quei pezzi che suonano come garage con le luci accese: diretto, senza filtri e con un’aria di "eccoci, questo è ciò che c’è". Non è la tipica ballata epica né un inno da cantare insieme, ma piuttosto un momento in cui la band si piazza in studio e lascia che il brano respiri da solo. Con i suoi tre minuti e venti secondi, non c’è spazio per fronzoli inutili, solo una base ritmica che si intreccia con una chitarra che sembra sempre sul punto di spiccare il volo, senza però perdere la rotta. È come se Kelly Jones avesse detto: "Registriamolo come se fosse l’ultimo brano della notte", e il risultato è quella sensazione di autenticità difficile da fingere.
L’album You Gotta Go There to Come Back, pubblicato nel 2003, fu l’ultimo con Stuart Cable alla batteria prima della sua uscita dal gruppo. Kelly Jones, oltre a essere la voce e chitarrista, ne curò anche la produzione, cercando di catturare l’energia dei loro concerti dal vivo. "Volevo qualcosa di grezzo, spontaneo, ma con strati e texture che lo facessero sentire vivo", dichiarò in un’intervista. Il brano High as the Ceiling si inserisce perfettamente in questo approccio: non ci sono ritocchi eccessivi, solo la band che suona come se fosse in una sala prove, ma con la precisione di chi sa esattamente cosa sta facendo. Gli ingegneri Andy Burden, Chris Steffen e Brian Vibberts hanno registrato ogni nota, mentre Jack Joseph-Puig ha dato forma al mix per assicurarsi che il suono non perdesse neanche un grammo della sua essenza.
Dall'album
You Gotta Go There to Come Back
Stereophonics · 2003 · Track 12
Dati