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La storia dietro
I’m Alright (You Gotta Go There to Come Back), secondo DoReSol
You Gotta Go There to Come Back è il disco in cui i Stereophonics sono entrati in studio con la stessa energia dei loro concerti dal vivo. Lo hanno registrato in tempo record, inseguendo quell’"aria grezza" che li definisce: chitarre che strappano senza essere levigate, voci che sembrano di una taverna e una batteria che batte come un cuore impazzito. Kelly Jones, il frontman, lo ha chiarito: non voleva un disco perfetto, ma uno che respirasse. E in mezzo a quel caos controllato, il brano che dà il titolo all’album —I’m Alright (You Gotta Go There to Come Back)— brilla come un faro. Non è solo un altro pezzo: è il grido di una band che sa che per tornare indietro bisogna andare via, che per sentirsi bene bisogna rischiare. Il riff iniziale, quel gancio che si pianta dal primo secondo, funziona come un loop ipnotico: non importa quante volte lo ripeti, ti cattura sempre.
La registrazione è stata una corsa contro il tempo. Nel 2003, Jones si è chiuso in studio con i suoi compagni —Richard Jones al basso, Stuart Cable alla batteria— e si sono lanciati a catturare l’essenza dei loro concerti dal vivo. Non c’è stato tempo per sovraincisioni o ritocchi: volevano che il disco suonasse come il Galles, come pub pieni di fumo e notti in cui l’alcol scioglie le parole. Il titolo stesso del brano, con quel gioco di parole tra "star bene" e "andare a cercare ciò che manca", riflette quella filosofia: non ci sono scorciatoie, bisogna vivere per capire. Gli ingegneri Andy Burden, Chris Steffen e Brian Vibberts hanno lavorato gomito a gomito con Jack Joseph-Puig nel missaggio, dando al tutto quell’equilibrio tra rozzezza e texture che fa sembrare il pezzo non una demo, ma qualcosa di vivo. Quando l’album è uscito, ha spazzato via tutto: ha debuttato al primo posto nelle classifiche britanniche e ha venduto oltre cento mila copie nella prima settimana. Ma la cosa più curiosa è che è stato l’ultimo disco con Stuart Cable, licenziato mesi dopo per divergenze personali. Il brano, quindi, non è solo un inno di resilienza, ma anche un documento di un’epoca che è svanita troppo in fretta.
Dall'album
You Gotta Go There to Come Back
Stereophonics · 2003 · Track 8
Dati