La storia dietro
Por el suelo, secondo DoReSol
Manu Chao ha registrato Por el suelo in meno di due minuti e mezzo, ma quel tempo gli è bastato per imprimere un ritmo che sembra strisciare per le strade di qualsiasi città. Il brano non ha cori né ritornelli elaborati: è puro flusso, come se la musica fosse nata da una passeggiata improvvisata tra mercati e bar. La batteria colpisce con una cadenza che non segue il metro tradizionale, e la chitarra si intreccia in uno schema ripetitivo che suona più come una conversazione di strada che come una struttura musicale classica. La cosa più curiosa è che, nonostante la sua brevità, il brano riesce a trasmettere qualcosa di più di una semplice melodia: c'è in esso un'eco di resistenza, come se ogni nota fosse un passo oltre ciò che è stabilito.
Questo brano fa parte di Clandestino, il suo primo album da solista pubblicato nel 1998, quando Chao già da anni si muoveva tra Francia, Spagna e America Latina con la sua band Mano Negra. Ha registrato l'album in quello che chiamava Estudio Clandestino: un laptop portatile con cui ha catturato suoni in studi improvvisati, camere d'albergo e persino per strada. Non cercava la perfezione dello studio, ma piuttosto di catturare l'energia dei luoghi in cui viveva. Por el suelo è un chiaro esempio di questo metodo: suona come se fosse stato registrato in un momento di transito, tra una prova e un concerto. La rivista Rolling Stone lo ha incluso nella sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi nel 2020, e il disco è apparso anche nel libro 1001 Album che devi ascoltare prima di morire. Ma al di là dei riconoscimenti, ciò che spicca è come quella registrazione casalinga sia finita per diventare un riflesso sonoro del suo tempo: disordinato, libero e senza vincoli.
Dall'album
Clandestino
Manu Chao · 1998 · Track 9
Dati
Crediti
Musica Manu Chao