Inizio · Canzoni · Thelonious Monk · Pannonica
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Dall'album
Brilliant Corners
Thelonious Monk · 1957 · Track 3
Dati
La storia dietro
La prima volta che ascolti Pannonica di Thelonious Monk, ciò che più ti colpisce è quel suono cristallino che emerge tra gli accordi del piano. Non è un piano comune: Monk usa una celesta, quello strumento a tastiera che sembra un pianoforte in miniatura ma con un timbro che fluttua tra il infantile e l’etereo. La celesta dona alla melodia un’aria da fiaba, come se la canzone stesse raccontando una storia in un’altra lingua. E non è un caso: il titolo stesso è un omaggio a Pannonica, la baronessa che divenne mecenate di Monk e musa di più di una sua composizione. È questa fusione tra l’intimo e il misterioso che rende Pannonica diversa da qualsiasi altro brano jazz degli anni ’50.
Fu registrata in due sessioni, nell’ottobre e nel dicembre del 1956, nel cuore pulsante di Manhattan, con un quintetto che includeva Sonny Rollins al sassofono, Ernie Henry a un altro sassofono, Oscar Pettiford al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Ma il dettaglio più curioso è che Pannonica e Ba-lue Bolivar Ba-lues-Are furono incise nello stesso giorno, il 9 ottobre, su un’unica bobina di nastro. La seconda canzone, tra l’altro, deve il suo titolo al modo in cui Monk pronunciava “Blue Bolivar Blues”, un omaggio all’Hotel Bolivar dove alloggiava la baronessa. Orrin Keepnews, il produttore, rimase così soddisfatto del risultato da includere entrambi i brani nell’album Brilliant Corners, pubblicato nel 1957. E sebbene la versione definitiva di Pannonica duri quasi nove minuti, dal vivo Monk la allungava finché il piano e la celesta non si perdevano nel loro stesso eco.