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La storia dietro
Lamento, secondo DoReSol
La prima volta che ho ascoltato Lamento, sono rimasto incollato a quel basso che sembra respirare. Non è un basso qualsiasi: è Ron Carter, che in quei due minuti e quarantasei secondi costruisce una base che suona come pura nostalgia, come se lo strumento stesse raccontando una storia in silenzio. La melodia principale, semplice ma profonda, fluttua su quegli accordi che Jobim compose con la stessa eleganza con cui un architetto disegna le piante. Non ci sono abbellimenti inutili, solo quella linea pulita che si ripete più e più volte, come un lamento che non riesce a lasciarsi andare.
Fu registrato nel 1967 negli studi di Rudy van Gelder, a New York, con un gruppo di musicisti che veniva dal jazz della West Coast. Claus Ogerman, l’arrangiatore, diede loro quell’aria d’insieme che suona come una camera d’eco: i tromboni di Urbie Green e Jimmy Cleveland, il flauto di Jerome Richardson e le corde che si intrecciano senza fretta. Jobim aveva già abbandonato l’idea di diventare architetto per dedicarsi alla musica, e in questo brano si nota come abbia fuso il samba del suo Rio con il jazz che ascoltava da Gerry Mulligan e Chet Baker. La registrazione non mirava a suonare perfetta: mirava a suonare viva, come se ogni nota fosse stata catturata nel momento esatto in cui era stata scritta. Il risultato fu un disco che raggiunse il 114º posto nella Billboard 200 e il quinto nella classifica Jazz Albums, ma al di là dei numeri, ciò che rimase fu quella sensazione che, a volte, meno è molto di più.
Dall'album
Wave
Antonio Carlos Jobim · 1967 · Track 8
Dati