La storia dietro
L’ultima luna, secondo DoReSol
Ci sono canzoni che sembrano saluti prima ancora che finisca la prima battuta. L’ultima luna è una di queste: inizia con un piano che si trascina come un sospiro, indugiando nell’aria, mentre la voce di Lucio Dalla si avvolge in frasi che sembrano scritte a mano su carta stropicciata. Non è una ballata convenzionale, ma un brano che procede con una calma ingannevole, come se ogni nota dovesse essere meditata due volte prima di cadere. La melodia gioca con silenzi inattesi, quei vuoti in cui l’ascoltatore rimane appeso un secondo di troppo, chiedendosi se ciò che verrà dopo sarà altrettanto fragile o si spezzerà in pezzi. Il saxofono, che affiora nei ponti, non accompagna: stona di proposito, come se il musicista avesse dimenticato lo spartito nella tasca del cappotto. Nelle mani di altri potrebbe suonare come un errore, ma qui diventa la firma di uno stile che non cerca di limare i bordi, ma di lasciarli respirare.
Lo registrarono nel 1979 agli Stone Castle Studios di Carimate, un luogo che già allora era un rifugio per musicisti in fuga dal rumore delle città. Dalla veniva da tre dischi scritti con il poeta Roberto Roversi, ma in questo album — l’ottavo della sua carriera — decise di volare da solo, senza ombrello letterario. Il brano dura cinque minuti e quarantatré secondi, tempo sufficiente perché si insinui tra jazz, soul italiano e quell’elemento indefinibile che solo lui sapeva mescolare: la malinconia di chi sa che la luna che canta non sorgerà più allo stesso modo. Non era un disco pensato per vendere milioni, ma per far sentire a chi lo ascoltava come se qualcuno parlasse dall’altra parte di un vetro appannato. E funzionò: insieme a Come è profondo il mare e Dalla, questa triade di album segnò una svolta nella sua opera, come se avesse finalmente trovato il modo di far suonare le sue canzoni come verità, e non come esercizio di stile.
Dall'album
Lucio Dalla
Lucio Dalla · 1979 · Track 1
Dati
Crediti
Testo Lucio Dalla
Musica Lucio Dalla