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Dall'album
La era de la boludez
Divididos · 1993 · Track 11
Dati
La storia dietro
In Indio deja el mezcal, il basso di Diego Arnedo non suona come un semplice accompagnamento: è l'asse portante che sostiene il ritmo fin dalla prima battuta, con un groove che oscilla tra il terreno e l'ipnotico. Il brano non inizia con un fragore, ma con quella linea di basso che si avvolge nell'aria, quasi come un sussurro che poi esplode in un riff sporco e ripetitivo, dove le corde suonano più vicine al blues che al rock. C'è qualcosa nel modo in cui Ricardo Mollo canta —tra sfidante e rassegnato— che conferisce al testo un peso inaspettato, come se il mezcal del titolo non fosse solo una bevanda, ma una metafora di ciò che va lasciato alle spalle per andare avanti. Il brano procede in un tempo che non si adatta al tradizionale quattro quarti, e questa discrepanza gli dona quella sensazione di squilibrio controllato, come se la canzone stesse per cadere ma non lo facesse mai.
Registrato nel 1993 negli studi di Gustavo Santaolalla, l'album La era de la boludez vide la luce in un momento in cui Divididos non erano più una promessa, ma una band che aveva trovato la propria voce. La produzione di Aníbal Kerpel e il missaggio di Danny Alonso e Tony Peluso hanno lasciato un suono grezzo, non levigato, dove gli strumenti si sentono come se fossero nella stessa stanza. In Indio deja el mezcal, questo approccio si nota in ogni dettaglio: il basso che non si nasconde, la batteria di Federico Gil Solá che colpisce con precisione ma senza eccessi, e la chitarra di Mollo che pizzica le corde come se stesse disegnando su una tela sporca. Non è un brano che cerca di suonare perfetto, ma autentico, e in questo risiede la sua forza.