La storia dietro
Honey Don’t, secondo DoReSol
Honey Don’t suona come una battuta musicale che si dilunga senza perdere freschezza. Il brano avanza con una chitarra che salta tra note brevi e un basso che segna il ritmo come se camminasse in punta di piedi, mentre la batteria colpisce proprio dove non te l’aspetti. Non è una canzone che rimane ferma: ogni ripetizione del ritornello ha una sfumatura diversa, come se l’interprete stesse improvvisando al momento senza mai perdere il controllo.
La registrò nel 1954 negli studi della Sun Records, a Memphis, con attrezzature che oggi sembrerebbero rudimentali ma che in quel momento servivano per catturare qualcosa di grezzo e diretto. Perkins la scrisse in un’epoca in cui il rock stava appena iniziando a squarciare l’aria con le chitarre elettriche, e il risultato fu un brano che altri grandi — da Elvis Presley a The Beatles — avrebbero poi reinterpretato negli anni successivi. Il dettaglio che più sorprende è come il suono della chitarra principale sembri fluttuare sopra il resto, come se ogni nota fosse calcolata perché l’ascoltatore senta di essere sul punto di inciampare nel ritmo. Non è un caso che questa canzone sia finita nella Hall of Fame dei Grammy: la sua semplicità ingannevole nasconde una struttura che continua a funzionare decenni dopo.
Dall'album
Dance Album of… Carl Perkins
Carl Perkins · 1957 · Track 5
Dati
Crediti
Testo Carl Perkins
Musica Carl Perkins