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La storia dietro
Blue Suede Shoes, secondo DoReSol
La prima volta che Blue Suede Shoes risuonò in uno studio, nel 1955, non c’era molto più di un riff di chitarra tagliente, un basso che scandiva il ritmo come un battito e una batteria che spingeva tutto in avanti. Carl Perkins non cercava di inventare il rockabilly, eppure eccolo lì: un mix di blues con l’energia del country e la spinta del pop che suonava fresco, come se qualcuno avesse collegato un cavo direttamente all’emozione. La canzone non girava intorno al problema: in meno di due minuti, il messaggio era chiaro e orecchiabile, e il pubblico lo capì all’istante. Tanto che la Cashbox la tenne nella lista dei più venduti per sedici settimane, anche se raggiunse solo il secondo posto. Non era il numero uno, ma aveva già lasciato il segno.
L’anno successivo, Elvis Presley la registrò per il suo primo album, e sebbene la versione di Perkins fosse ancora in radio, quella del Elvis le diede una svolta diversa: due assoli di chitarra di Scotty Moore, un basso che suonava più potente e una batteria che non si fermava mai. Il Elvis la eseguì tre volte in televisione nel 1956, e in una di queste, durante lo show di Milton Berle, alzò il piede per mostrare le sue scarpe blu, come se la canzone fosse una battuta privata tra lui e il pubblico. Curioso è che, secondo Scotty Moore, la registrarono in una sola take, come se il brano li trascinasse. Sam Phillips, produttore del Perkins, arrivò addirittura a chiedere alla RCA di non pubblicare il singolo dell’Elvis finché quello del Perkins fosse in vetta. Ma alla fine, la versione dell’Elvis raggiunse il ventesimo posto in classifica, mentre quella del Perkins restava al primo. Un dettaglio che mostra come il rockabilly non fosse più solo un suono, ma un fenomeno che varcava i confini.
Dall'album
Dance Album of… Carl Perkins
Carl Perkins · 1957 · Track 1
Dati