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La storia dietro
Cross the Border, secondo DoReSol
La prima volta che ho ascoltato Cross the Border, sono rimasto affascinato da quel basso che entra come un sussurro e poi esplode in un ritmo che non assomiglia a nulla altro nell’album. Non è un brano che attira l’attenzione all’inizio, ma quando il ritornello arriva con quella melodia pulita su una base che oscilla tra l’organico e il sintetico, allora capisco perché Icehouse l’abbia esclusa da Great Southern Land nella versione originale per Australia e Nuova Zelanda. Il brano è apparso solo nelle edizioni internazionali, dove l’album è stato ridotto per adattarsi ai formati di altri mercati. La versione in vinile doppio da 16 tracce per il pubblico locale era diversa: includeva brani poi esclusi dalle edizioni straniere, ma Cross the Border rimase fuori anche da quella lista ampliata. Non è comune che una canzone con quel groove finisca relegate, ma a volte i dettagli tecnici fanno la differenza.
Registrato nel 1989, il brano ha una durata esatta di quattro minuti e ventiquattro secondi, risultando più lungo della maggior parte delle tracce dell’album. Questo gli dà spazio per sviluppare quel ponte che sembra disfarsi e ricomporsi senza preavviso, come se il tempo si allungasse appena il necessario perché la voce degli Icehouse fluttui sopra strati di sintetizzatori che suonano futuristici ma con un piede nel rock da garage. Non ci sono registri che sia stata un singolo o che abbia scalato le classifiche, ma nelle versioni internazionali dell’album ha finito per occupare un posto chiave: nell’edizione statunitense, ad esempio, si trova tra le undici tracce del CD, mentre nel Regno Unito è apparsa in una lista di dodici canzoni dove alcuni brani della versione australiana non sono nemmeno entrati. È uno di quei casi in cui la canzone diventa più memorabile per ciò che non è — un brano che quasi non esiste nel suo stesso paese — che per ciò che è.
Dall'album
Great Southern Land
Icehouse · 1989 · Track 9
Dati