Inizio · Canzoni · Art Blakey & The Jazz Messengers · Come Rain or Come Shine

Moanin’

di Art Blakey & The Jazz Messengers · Album Moanin’

Come Rain or Come Shine

Durata 5:47

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Dall'album

Moanin’

Moanin’

Art Blakey & The Jazz Messengers · 1958 · Track 6

Dati

Duración5:45
ÁlbumMoanin’
Año1958
ISRCUSBN29800799

La storia dietro

La prima volta che ascolti Come Rain or Come Shine, rimani catturato da quell’inizio: un singolo A ripetuto tredici volte di seguito, come un battito insistente che non dà tregua. Non è una melodia convenzionale, ma piuttosto un richiamo che taglia l’aria prima che la voce inizi a cantare. Harold Arlen — il compositore — sembra voler mettere alla prova qualcosa con questa scelta: fino a che punto può arrivare un’idea musicale con appena poche note? La risposta sta nel modo in cui il brano si sostiene, in come il resto della composizione si costruisce intorno a quella ripetizione, come un edificio che si erge su fondamenta minime ma solide. Johnny Mercer, il paroliere, contribuisce con versi che parlano di un amore incrollabile, ma è la musica a imporsi alla fine: uno standard che, nonostante la sua apparente semplicità, richiede all’interprete di comprenderne l’architettura interna per non perdersi in essa.

Il brano fu scritto per St. Louis Woman, un musical di Broadway che rimase in cartellone per appena tre mesi nel 1946. Arlen aveva già esperienza con canzoni che usavano fenomeni atmosferici come metafora — da Stormy Weather a Over the Rainbow —, ma qui portò l’idea all’estremo: il clima non è solo uno scenario, ma il motore emotivo del pezzo. La versione originale, incisa da Margaret Whiting con l’orchestra di Paul Weston, raggiunse la diciassettesima posizione nelle classifiche pop, e poco dopo Helen Forrest e Dick Haymes la portarono al ventitreesimo posto. Tuttavia, il suo vero destino fu un altro: diventare uno standard del jazz, dove musicisti come Bill Evans o Stan Getz trovarono nella sua armonia sontuosa — ricca di sfumature che invitano all’introspezione — un terreno fertile per improvvisare senza perdere l’essenza. Alfred Lion, produttore della registrazione di Art Blakey & The Jazz Messengers, dovette intuire che quel brano aveva qualcosa di speciale: la loro versione, lunga quasi sei minuti, lascia respirare ogni nota, come se il tempo stesso si fermasse per ascoltare il peso di ogni accordo.