La storia dietro
Cachirulo, secondo DoReSol
Cachirulo suona come un sospiro che si prolunga nell’aria dell’Abasto. È una di quelle melodie che sembrano fatte per chiudere una notte di milonghe, con quell’aria di confessione che solo il bandoneon di Aníbal Troilo —Pichuco— sa trasmettere. La melodia ha una cadenza che non affretta, come se ogni nota respirasse prima di cadere nella misura successiva. Non è un brano che colpisce, ma che avvolge, e in quei 2 minuti e 34 secondi c’è qualcosa che trascende il tempo: un tango che suona come un addio senza dramma, una storia raccontata a bassa voce.Troilo lo registrò in un qualche momento della sua maturità, quando già da decenni calcava i palcoscenici di Buenos Aires e aveva trasformato il bandoneon in un’estensione della sua stessa voce.
Il Cachirulo non nacque da una commissione né da una moda passeggera: uscì da quella bottega di suoni che era la sua orchestra, dove gli arrangiamenti venivano limati tra una prova e l’altra fino a trovare quell’equilibrio tra l’intimo e il collettivo. Non ci sono date precise nei registri, ma il brano fa parte di quel manipolo di opere che sono sopravvissute al passare degli anni senza perdere neppure un grammo della loro essenza. Forse per questo continua a suonare altrettanto vicina oggi, come se ogni volta che lo ascolti, Troilo ti strizzasse l’occhio dall’altra parte del disco.
Dall'album
Yo soy el tango - 1941
Aníbal Troilo · 2004 · Track 11
Dati