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La storia dietro
Burnin’ and Lootin’, secondo DoReSol
La prima volta che ascolti Burnin’ and Lootin’, il basso di Aston "Family Man" Barrett ti sorprende. Non è un ritmo che strascina; è uno che avanza con un’urgenza che non dà tregua: il basso e la batteria si intrecciano in uno schema che sembra sfuggire al tempo convenzionale, come se il tempo stesso stesse per spezzarsi. Marley entra con la voce e il messaggio arriva diretto, senza giri di parole. Non chiede permesso per parlare di ciò che non va, ma non si ferma neppure alla lamentela: suona come un avvertimento, un appello all’azione, con quella miscela di furia e melodia che solo lui sapeva creare. Il brano non si limita al politico o al sociale; pulsa con qualcosa di più primitivo, come se la canzone stessa respirasse il calore di un incendio.
Lo registrarono nel 1974, in Giamaica, con attrezzature che non erano da studio di lusso, ma che, tra le mani dei Barrett e degli altri, divennero alleati perfetti. Marley lo compose in un momento in cui la band non era più solo un trio, ma una forza con più braccia e voci: i fratelli Barrett alla guida del ritmo, Junior Marvin e Al Anderson che intrecciano chitarre senza perdere chiarezza, e i tastiere di Tyrone Downie e Earl "Wya" Lindo che aggiungono strati tali da impedire al brano di apparire mai piatto. Gli I Threes — Rita, Judy e Marcia — conferiscono quel bagliore corale che accresce l’intensità senza offuscare la crudezza dei testi. Non fu un disco di lusso, ma finì per essere uno di quei registri che non hanno bisogno di altro che della propria energia per rimanere impressi nella memoria.
Dall'album
Burnin’
Bob Marley & The Wailers · Track 1
Dati