La storia dietro
Ambush, secondo DoReSol
Sepultura registrò Ambush nello stesso lotto di sessioni che portò alla realizzazione di Roots, il loro album del 1996 che li portò a fondere la pesantezza del metal con ritmi e texture brasiliane. Il brano non è un semplice pezzo dell’album: suona come un colpo secco, con un groove ancorato a una base di batteria che non segue il tempo convenzionale. Il basso e le chitarre si intrecciano in uno schema ripetitivo, ma con uno squilibrio che gli conferisce un’aria di minaccia trattenuta. Non è una melodia orecchiabile, ma un esercizio di tensione in cui ogni strumento sembra spingere da angolazioni diverse, come se il brano respirasse in cicli di 7/8 senza preavviso. Il missaggio finale, curato da Andy Wallace, rafforza questa sensazione: i suoni ambientali e i colpi di percussione tribale sembrano più vicini rispetto al resto delle tracce dell’album, come se l’ascoltatore fosse proprio in mezzo a un rituale.
La registrazione di Roots fu un esperimento fin dall’inizio. Sepultura aveva trascorso anni suonando dal vivo con musicisti locali in Brasile, e in questo disco decisero di portare quell’idea in studio. Carlinhos Brown non si limitò a contribuire con le percussioni, ma aiutò a strutturare intere sezioni in cui i ritmi brasiliani non suonano come un ornamento, ma come il motore principale. Ambush fu registrata tra febbraio e marzo 1996 negli Stati Uniti, con Ross Robinson alla produzione e una squadra tecnica che includeva Rob Agnello, Chuck Johnson e Richard Kaplan in sala di registrazione. Il missaggio, affidato a Steve Sisco e Wallace, perfezionò quel suono grezzo già presente nelle take dal vivo. Il risultato è un brano che non chiede di essere ballato, ma ascoltato con attenzione, come se ogni colpo di batteria o ogni strimpellata di chitarra nascondesse un messaggio cifrato.
Dall'album
Roots
Sepultura · 1996 · Track 13
Dati
Crediti
Testo Max Cavalera
Musica Sepultura