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La storia dietro
Algo tan moderno, secondo DoReSol
I Los Prisioneros hanno sferrato un colpo basso a *La cultura de la basura* con *Algo tan moderno*, una canzone che suona come uno specchietto retrovisore rotto degli anni Ottanta, ma con un piede nel futuro. Non è solo il riff di chitarra tagliente che colpisce fin dalla prima battuta — quello che sembra tratto da un manuale di punk accelerato —, ma anche il modo in cui il testo descrive quel Cile neoliberista che si gonfiava di discorsi sul successo mentre la gente stringeva la cinghia. La registrazione stessa è un documento sonoro della sua epoca: il basso di Jorge González suona come un nastro magnetofonico consumato, la batteria di Miguel Tapia ha quel colpo secco che non perdona, e la chitarra di Claudio Narea taglia come un bisturi. Dura 4:49, ma in quei minuti si condensano decenni di frustrazione e un paio di accordi che risuonano ancora nell’immaginario latinoamericano.
Il disco uscì nel dicembre del 1987, proprio quando il Paese cominciava ad assimilare gli effetti del modello economico imposto dopo il colpo di Stato. «La cultura della spazzatura» non fu un lancio qualsiasi: in Cile uscì prima su cassetta e vinile, ma l’anno successivo circolava già in Perù, Bolivia, Colombia e Venezuela con versioni diverse, come se ogni paese avesse bisogno della propria versione della critica. L’edizione ecuadoriana, ad esempio, non coincideva nemmeno con le altre. La canzone in sé non era un singolo, ma finì per diventare uno di quei brani che i fan intonavano ai concerti come un inno involontario, come se il pubblico sapesse che lì c’era qualcosa di più della musica: c’era uno specchio.
Dall'album
La cultura de la basura
Los Prisioneros · 1987 · Track 7
Dati
Crediti
Musica Claudio Narea, Miguel Tapia