La storia dietro
The Magnificent 7 non è solo una canzone, è un viaggio di dodici minuti che si sente come un’alba in mezzo a una tempesta. Kamasi Washington l’ha costruita con un solo sassofono e una sezione ritmica che pulsa come un cuore gigante, ma ciò che sorprende di più è come quel suono jazz classico si estenda fino a toccare qualcosa che sembra futuro. Non ci sono trucchi elettronici né sample: solo strumenti reali, suonati con una precisione che sembra impossibile, eppure la musica scorre come se fosse viva, cambiando forma ogni volta che la ascolti.
È stata registrata nel 2015 con attrezzatura che non era sua, in sessioni in cui il tempo sembrava fermarsi. Kamasi Washington non si è limitato a scrivere gli arrangiamenti, ma ha anche guidato tutto il processo come produttore, cercando quell’equilibrio tra la tecnica più esigente e l’emozione più pura. Gli ingegneri che hanno plasmato il suono — Tony Austin, Chris Constable, Julie Everson e gli altri — hanno lavorato senza rete, senza correzioni in studio, e il risultato è un pezzo che sembra una prima take, anche se chiaramente non lo era. In The Epic, l’album in cui appare, questa canzone brilla come un faro: i critici l’hanno elogiata per come riesce a rendere il jazz vicino senza perdere la sua essenza, e le hanno assegnato anche un punteggio di 83 su Metacritic, un risultato raro per un disco di questo genere. Non è solo musica da ascoltare, è musica da sentire.