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The Epic 2015
Album · di Kamasi Washington ↗ Vai all'artista

The Epic

Quando The Epic arrivò nel maggio 2015, non era solo un altro disco di jazz: era un gesto audace che suonava come futuro ma con radici profonde. Registrato agli Kingsize Soundlabs, uno studio di Los Angeles dove la squadra si stipava tra cavi presi in prestito e amplificatori, l’album respira quell’energia grezza di chi lavora senza rete. Kamasi Washington, alla guida come produttore e compositore, ha creato un’opera che oscilla tra spirituale e avanguardistico, con un ensemble che spazia dal Thundercat al basso elettrico a un coro di voci che si intrecciano come fili d’oro. Non ci sono trucchi di studio né correzioni digitali: ciò che ascolti è il suono di una band che suona insieme, senza filtri.

Anno
2015
Canzoni
17
Durata
173 min 33 seg
Ascolta l'album

17 canzoni

Lista delle canzoni

# Titolo Disponibile
01

Re Run Home

14:06
01

Change of the Guard

12:16
01

Miss Understanding

8:46
02

Askim

12:35
02

Cherokee

8:14
02

Leroy and Lanisha

9:24
03

Re Run

8:20
03

Clair de Lune

11:08
03

Isabelle

12:13
04

Seven Prayers

7:36
04

Final Thought

6:32
04

Malcolm's Theme

8:41
05

Henrietta Our Hero

7:14
05

The Next Step

14:49
05

The Message

11:09
06

The Rhythm Changes

7:44
06

The Magnificent 7

12:46

Sull'album

The Epic, secondo DoReSol

Ciò che sorprende di più quando si ascoltano i brani è come Washington riesca a rendere il complesso naturale. Change of the Guard, ad esempio, si apre con un assolo di sax tenore che si espande come un’onda, mentre il basso di Miles Mosley disegna linee melodiche che sembrano fluttuare. Ma dove il disco brilla è nella capacità di guidare l’ascoltatore: Cherokee utilizza un ritmo che ricorda lo swing classico, ma con armonie che deviano verso territori inaspettati, come se il jazz degli anni Trenta fosse stato teletrasportato in un futuro alternativo. La stampa se n’è accorta: su Metacritic ha totalizzato 83 punti su 100 con recensioni per lo più entusiaste, e testate come Pitchfork gli hanno assegnato il bollino Best New Music, sottolineando come l’album mantenga ciò che promette senza scadere in vuote pretese.

Dietro ogni nota c’è un dettaglio degno di essere esplorato. Henrietta Our Hero, con la sua sezione d’archi diretta da Neel Hammond, mostra come Washington bilanci grandiosità e intimità: il coro ripete frasi brevi che fungono da ancore, mentre il piano di Cameron Graves improvvisa su uno schema che torna più e più volte, come un battito costante. Non è un disco da ascoltare distrattamente: è un invito a sedersi, prestare attenzione e lasciarsi trasportare dalla musica ovunque conduca. E sebbene la sua durata —più di due ore— possa intimidire, ogni brano è costruito perché l’ascoltatore si senta parte di qualcosa di più grande.