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La storia dietro
So Jah Seh, secondo DoReSol
Questa canzone arriva come un raggio di sole in piena notte. So Jah Seh non suona come un reggae da manuale: ha un groove che si allunga e si contrae, come se respirasse, e quella chitarra che spunta tra i tastiere porta il peso di una conversazione che viene da lontano. Non è solo ritmo e testo; è come se ogni nota fosse un sospiro di qualcuno che racconta la stessa storia da decenni, ma sempre con freschezza. Il brano inizia con una calma ingannevole, quasi come un blues che si prende il suo tempo, e all’improvviso il basso di Aston "Family Man" Barrett ti afferra e non ti lascia più fino alla fine. Ciò che sorprende di più è come il mixaggio di Sid Bucknor riesca a far fluttuare i cori delle I Threes —Rita, Judy e Marcia— sopra tutto senza coprire la voce di Marley, che qui suona più intima che in altri brani dello stesso album.
La registrarono nel 1974, proprio quando Bob Marley e i Wailers rimasti —senza Peter Tosh né Bunny Wailer— stavano definendo un suono che non era più solo giamaicano, ma universale. Natty Dread, l’album in cui appare So Jah Seh, uscì sul mercato con la produzione di Chris Blackwell e l’etichetta della Island Records, ma la cosa curiosa è che il brano stesso nacque dalla necessità di reinventarsi. Marley aveva già sperimentato con Lively Up Yourself nel 1973, e sebbene quella versione demo non fosse mai stata pubblicata, lo spirito di sperimentazione rimase nell’aria. Quando So Jah Seh arrivò alle orecchie del pubblico, portava già dentro di sé quella miscela di fede, politica e vita quotidiana che caratterizza Natty Dread. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo inserì tra i 500 migliori album di tutti i tempi, ma ciò che conta davvero è che, decenni dopo, continua a suonare come se fosse appena uscito dallo studio.
Dall'album
Natty Dread
Bob Marley & The Wailers · 1974 · Track 5
Dati