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La storia dietro
Roots Rock Reggae, secondo DoReSol
La prima volta che ho ascoltato Roots, Rock, Reggae, sono rimasto affascinato da quel ritmo che pulsa come un cuore giamaicano: la batteria di Carlton Barrett segna il tempo con una precisione che non sembra da studio, ma da una prova dal vivo dove il sudore e l’energia si mescolano al suono. Il basso di Aston "Family Man" Barrett disegna linee che sembrano camminare da sole, mentre le chitarre di Junior Marvin e Al Anderson intrecciano uno schema che si ripete come un saluto costante, quasi come se la canzone respirasse in cicli di tre tempi. Non è un brano che procede in linea retta; ha quel dondolio organico che fa sì che ogni ripetizione del ritornello suoni fresca, come se il disco non si fermasse mai.
Questo brano nacque nel 1976, subito dopo un tour estenuante che riportò Bob Marley e la sua band in Giamaica. Le sessioni per l’album Rastaman Vibration furono registrate negli studi di Harry Johnson e Joe Gibbs sull’isola, luoghi dove il reggae veniva plasmato da mani esperte. Al banco di mixaggio c’erano Sylvan Morris ed Errol Thompson, due ingegneri giamaicani che capivano il suono come nessun altro: non cercavano di perfezionare ogni nota, ma di catturare l’essenza grezza di ciò che risuonava nell’aria. Roots, Rock, Reggae non fu un brano pensato per emergere tra gli altri; semplicemente si inserì nell’album come un altro anello in quella catena di messaggi che Marley voleva trasmettere. Eppure, eccolo lì, con i suoi 3:44 di durata, a suonare come un ponte tra il roots reggae più tradizionale e quel rock che Marley iniziava già a fondere nella sua musica.
Dall'album
Burnin’
Bob Marley & The Wailers · Track 15
Dati