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La storia dietro
Penso positivo, secondo DoReSol
Jovanotti inizia "Penso positivo" con un ritmo che sembra uscito direttamente da una partita di calcio: il basso pulsa come un cuore accelerato e la batteria colpisce in battute che invitano a muovere i piedi. Non è solo una canzone, è una chiamata all’azione camuffata da melodia, dove le parole fluiscono tra rap e pop con una naturalezza che fa sembrare il messaggio — "pensare positivo" — meno un consiglio e più un riflesso. I 5:06 di durata lasciano spazio per sviluppare quell’energia senza fretta, come se ogni nota dovesse respirare prima di passare all’accordo successivo.
Dietro quel suono c’è una storia di reinvenzione. Lorenzo Cherubini, che in seguito sarebbe diventato famoso come Jovanotti, cominciò con un nome che già annunciava la sua mescolanza di culture: prima "Joe Vanotti", una versione italoamericana del suo cognome, e poi il definitivo Jovanotti, preso dalla parola italiana per "uomo giovane". Ma ciò che è più interessante non è il nome, bensì come la sua musica sia evoluta. Dai ritmi duri dell’hip hop e del disco dei suoi esordi, passò a uno stile in cui convivono il funk, tocchi world e persino arrangiamenti che ricordano la musica classica, sempre con testi che vanno dal quotidiano al profondo. Nel 1998, quando questa canzone vide la luce, lui già da anni esplorava quella strada, ma qui riuscì a ottenere qualcosa di diverso: trasformare un’idea semplice in un inno che non suona come una lezione, ma come una celebrazione.
Dall'album
Lorenzo 1994
Jovanotti · 1994 · Track 3
Dati