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La storia dietro
India, secondo DoReSol
India suona come un bozzetto sfuggito da un taccuino di viaggio. È breve, appena un minuto e un quarto, ma c’è tutto: un ritmo che oscilla tra l’organico e il calcolato, come se qualcuno avesse mescolato una batteria da cucina con un basso sintetizzato. Non è una canzone che ambisca a essere epica; è piuttosto un appunto sonoro, una pennellata che Jovanotti lasciò cadere in qualche momento di quegli anni in cui il rap italiano sapeva ancora di novità e sperimentazione.Jovanotti — o Lorenzo Cherubini, come figura nei crediti — veniva da aver lasciato alle spalle l’hip hop più crudo dei suoi inizi per immergersi in un suono che mescolava funk, tocchi di world music e persino qualche cenno classico.
India è di quell’epoca in cui l’artista italiano giocava ancora con le identità: prima fu "Joe Vanotti", poi "Jovanotti", un nome che lui stesso inventò giocando con la parola *giovanotti* ("ragazzi" in italiano) ma con una virata anglosassone. La canzone, con la sua durata minima, sembra fatta in un giorno qualsiasi, senza pretese di essere un inno, ma con quella naturalezza che solo le cose che nascono senza forzature possiedono.
Dall'album
Lorenzo 1994
Jovanotti · 1994 · Track 10
Dati