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Dall'album
El jardín de los presentes
Invisible · 1976 · Track 6
Dati
La storia dietro
La prima volta che ascolti Doscientos años degli Invisible, qualcosa nell'aria ti blocca: non è solo il basso di Machi Rufino che imposta un ritmo che sembra fluttuare, né la chitarra di Tomás Gubitsch che intreccia melodie che si avvolgono come in un sogno. È quella voce di Luis Alberto Spinetta che, invece di cantare qualcosa, sembra sussurrare un segreto all’orecchio. Il brano procede in un tempo che non si adatta del tutto a ciò che ti aspetteresti, come se il tempo stesso si piegasse su sé stesso, e in quel gesto risiede la magia: non c’è fretta, ma nemmeno pausa.
Registrata nel 1976, Doscientos años fa parte di El jardín de los presentes, l’ultimo album in studio degli Invisible nella loro fase come quartetto. Non cercavano di suonare come nessun altro: l’album uscì senza pretese di successo di massa, ma finì per diventare un anello fondamentale nel rock nacional argentino. Il brano dura 4 minuti e 11 secondi, tempo sufficiente perché il basso e la chitarra dialoghino in strati che si sovrappongono senza asprezze, mentre la batteria di Pomo Lorenzo segna un ritmo che non si ripete mai uguale. Non è un caso che, decenni dopo, continui a essere un brano che risuona in sondaggi come quelli di Rolling Stone, dove figura tra i classici del genere.