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La storia dietro
Blue Suede Shoes, secondo DoReSol
La prima volta che Blue Suede Shoes suonò in uno studio, non cercavano un inno. Volevano un ritmo che unisse ciò che allora erano mondi separati: il blues dei club notturni, il country delle radio rurali e il pop che iniziava a riempire i jukebox. Carl Perkins ci riuscì nel 1955, ma fu la versione di Elvis Presley dell’anno successivo a darle quell’aria elettrica che la trasformò in un ponte tra generi. Non è solo che qui prese forma il rockabilly; è che, per la prima volta, il suono della chitarra di Scotty Moore e del basso di Bill Black si mosse con un’urgenza che ancora oggi si avverte ascoltandola. I due assoli di Moore, brevi ma precisi, sono come due coltellate ritmiche che tagliano l’aria prima che Elvis entri con quella voce che non chiede più permesso.
Registrarono la versione di Elvis nel 1956, quando ancora non era il "Re" ma già trascinava folle in televisione. La RCA voleva che il suo nuovo acquisto — fresco di Sun Records — registrasse qualcosa che suonasse come un successo immediato, e Blue Suede Shoes era il candidato perfetto. Ma c’era un dettaglio: il brano originale di Perkins era ancora in classifica, e Sam Phillips chiese a Steve Sholes, produttore della RCA, di non pubblicare il singolo di Elvis finché quello di Perkins fosse stato caldo. La strategia funzionò: la versione di Elvis arrivò al ventesimo posto, mentre quella di Perkins restava al numero uno. Tuttavia, la cosa più curiosa è che Elvis registrò quella canzone come un gesto verso Perkins, dopo che questi aveva subito un incidente. Moore raccontò poi che non pensavano ai soldi, ma a restituire il favore. E che favore: la canzone finì nel primo album di Elvis, uscì in tre formati diversi nel marzo del 1956 e, anni dopo, la rivista Rolling Stone la inserì tra le 500 migliori di tutti i tempi. Ma ciò che rimane, al di là dei numeri, è quell’energia grezza che ancora pulsa in ogni nota.
Dall'album
Jailhouse Rock
Elvis Presley · Track 4
Dati