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Don’t Kill the Magic 2014
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Don’t Kill the Magic

Don’t Kill the Magic arrivò nel 2014 con un suono che mescolava reggae fresco e pop diretto, quell’equilibrio in cui le chitarre pulite e i bassi marcati si intrecciavano senza forzature. La band, formata a Toronto ma radicata a Los Angeles, veniva da un paio d’anni di prove e sessioni improvvisate in studi condivisi, dove il chitarrista Mark "Pelli" Pellizzer e il cantante Nasri Atweh scoprirono che i loro stili compositivi funzionavano meglio quando lasciavano respirare la musica tra un accordo e l’altro. Il risultato fu un disco che non sembra un prodotto calcolato, ma un gruppo che suonava come se nessuno li stesse ascoltando — finché "Rude" non si insinuò nelle radio e cambiò tutto.

Anno
2014
Canzoni
11
Durata
42 min 17 seg

Sull'album

Don’t Kill the Magic, secondo DoReSol

Ciò che colpisce di più dell’album non sono solo i suoi undici brani, ma come l’energia della band si riversi in ogni canzone. "Rude" non fu il primo singolo, eppure finì per definirne l’identità: un pezzo che avanza con un groove che ricorda il reggae classico, ma con un ritmo che pulsa come un cuore moderno. Non è un caso che il bassista Ben Spivak e il batterista Alex Tanas siano stati gli ultimi ad aggregarsi; il loro arrivo diede al gruppo la spinta ritmica necessaria per evitare di rimanere nel solo acustico. Nasri lo riassunse poi così: "Volevamo che ogni nota suonasse come se fossimo in un bar di Kingston, ma con la produzione di uno studio di Los Angeles." Il resto dell’album segue la stessa logica: "Paradise" ha quell’aria di estate eterna, mentre "Don’t Kill the Magic" — il brano che dà il titolo al disco — gioca con cambi di tempo che costringono a muovere i piedi senza preavviso.

La ricezione dell’album fu rapida, ma non per premi o certificazioni (arrivate dopo con "Rude"), bensì per come la gente lo adottò. A Toronto, dove avevano iniziato suonando in garage, il disco divenne la colonna sonora delle feste universitarie; a Los Angeles, i DJ lo mettevano nei loro set estivi. Il bello è che, quando pubblicarono Primary Colours nel 2016, non erano più "la band di quel singolo che ha spopolato", ma un gruppo con uno stile proprio. Tuttavia, il dettaglio tecnico che più sorprende ascoltandolo oggi è come abbiano registrato quasi tutto dal vivo: le take di chitarra di Pellizzer non hanno overdubs, e i cori di Nasri furono incisi in una sola presa, come se il tempo si fosse fermato per lasciar passare quella magia senza editing.