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La storia dietro
What You Wanted, secondo DoReSol
Questo brano di Native ha un dettaglio che lo rende diverso da ciò che di solito passa alla radio: inizia con un basso che si intreccia in un pattern ripetitivo, come se non volesse lasciarsi andare, mentre la batteria segna un ritmo che si allunga senza fretta ma senza sosta. Non è il ritmo tipico che ti spinge di colpo, ma qualcosa che ti avvolge sin dalla prima battuta, come se la canzone sapesse di dover conquistare la tua attenzione prima di scatenare il ritornello. La voce di Ryan Tedder entra con quell’aria di urgenza contenuta, come se stesse raccontando qualcosa di importante ma ponderando ogni parola, e il resto degli strumenti — chitarre pulite, archi che affiorano di tanto in tanto — si muovono su più livelli, senza saturare lo spazio. È uno di quei brani che sembrano semplici a un primo ascolto, ma che, quando li analizzi, rivelano più strati di quelli che appaiono.
Lo registrarono a Los Angeles durante le sessioni di Native, un album che la band aveva in programma di pubblicare alla fine del 2012 ma che venne posticipato fino a marzo 2013. Il primo singolo pensato per accompagnare il disco era Feel Again, ma poiché il materiale non era pronto, lo rimandarono e lasciarono che l’album maturasse per qualche mese in più. What You Wanted rimase fuori da quella prima selezione, ma finì per essere uno dei pezzi che meglio riflette quel suono organico che cercavano: il basso fu suonato da Brent Kutzle, il missaggio fu curato da Ryan Lipman e Joe Zook, e Smith Carlson si occupò di registrare ogni take in studio. Durava esattamente quattro minuti e un secondo, tempo giusto perché il brano sviluppasse la sua idea senza perdere il filo, ma senza allungarsi troppo. Dopotutto, non era una canzone pensata per essere un inno di massa, ma per inserirsi in un album che voleva suonare fresco senza cadere nelle formule.
Dall'album
Native
OneRepublic · 2013 · Track 4
Dati