Inizio · Canzoni · Iron Maiden · The Prisoner
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Dall'album
The Number of the Beast
Iron Maiden · 1982 · Track 3
Dati
La storia dietro
Iron Maiden portò nel heavy metal un racconto che pochi osavano affrontare: The Prisoner non è solo una canzone, ma un viaggio sonoro in cui la band oltrepassa il confine tra epico e oppressivo. Il brano inizia con un basso che sembra strisciare, come se trascinasse catene, e in pochi secondi esplode in un riff che non molla. Non è un assolo di chitarra a fare la differenza qui, ma il modo in cui la voce di Bruce Dickinson — appena arrivato nella band — si intreccia al testo come se fosse parte della stessa prigione che descrive. Il ritmo non segue il tempo comune: c’è un impulso che si allunga e si contrae, come se il tempo stesso fosse prigioniero. Non è un dettaglio da poco: The Prisoner utilizza un metro di 7/8 nella sua sezione centrale, qualcosa di raro persino negli anni '80 per band che cercavano di infrangere gli schemi. Il risultato è una sensazione di claustrofobia che si dissolve solo quando l’assolo di Dave Murray irrompe come un grido di libertà.
Registrata nel 1982 a Los Angeles, durante le sessioni di The Number of the Beast, questa canzone nacque in un momento chiave per gli Iron Maiden. Fu il primo album con Dickinson alla voce e l’ultimo con Clive Burr alla batteria, ma oltre ai cambiamenti di formazione, il disco segnò una svolta nel loro suono: più oscuro, più veloce, più teatrale. L’ingegnere del suono Martin Birch — che da anni plasmava lo stile della band — diede a The Prisoner un’aura da film horror: gli echi nella voce, i colpi di batteria che risuonano come passi in un corridoio stretto, tutto contribuisce a far sì che la canzone funzioni come una colonna sonora per una fuga impossibile. Non è un caso che, l’anno successivo, il brano sia stato inserito nelle scalette dei concerti e che, quasi 40 anni dopo, rimanga un momento di spicco nei loro spettacoli. Anzi, nel 2011 vinsero un Grammy per El Dorado, ma The Prisoner aveva già dimostrato anni prima che gli Iron Maiden non avevano bisogno di premi per essere ricordati: bastava ascoltare come il basso di Steve Harris e gli assoli di Murray si intrecciano in quel metro irregolare.