La storia dietro
The Best Things, secondo DoReSol
Questa canzone non è solo un altro brano dell'album: il suo suono si regge su un loop che si muove in un metro irregolare di sette tempi, qualcosa che gli conferisce quell'aria ipnotica e distintiva, diversa da quasi tutto ciò che si ascoltava in quel periodo. Il mix di chitarre distorte con un basso che si intreccia nel ritmo, senza mai perdere tensione, fa esplodere il ritornello con una forza indimenticabile. Non è un riff che si ripete in modo prevedibile, ma gioca con i silenzi e gli attacchi, come se ogni nota fosse calcolata per generare quella sensazione di urgenza controllata.
La registrarono in mezzo a un processo complicato: il disco Title of Record ebbe sessioni lente a causa di cambiamenti nella formazione e perché Richard Patrick allestì il proprio studio per sperimentare suoni. Ma una volta che la squadra fu al completo e arrivarono i produttori, le cose cambiarono. Ben Grosse si occupò del missaggio e diede quel tocco sporco che fa sembrare le voci un sussurro nel bel mezzo del caos. Il brano dura quattro minuti e ventisei secondi, tempo appena sufficiente perché il loop asimmetrico non stanchi ma mantenga quella tensione fino alla fine. Quando uscì nel 1999, l'album raggiunse la posizione 30 della Billboard 200, e nel 2001 aveva già superato le ottocentomila copie vendute. In seguito, la RIAA lo certificò come disco di platino, ma ciò che è più interessante non sono i numeri, bensì come quel suono si sia insinuato nel Family Values Tour e sia diventato un momento chiave nei concerti.
Dall'album
Title of Record
Filter · 1999 · Track 5
Dati
Crediti
Musica Richard Patrick