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La storia dietro
Plainsong, secondo DoReSol
Quando ti immergi in *Plainsong*, la prima cosa che ti cattura è quell'introduzione che si dispiega lentamente. Inizia quasi in sussurri, con tintinnii sottili che evocano il vento, per poi lasciare spazio a un colpo di batteria che annuncia l'arrivo di sintetizzatori avvolgenti e un basso profondo. È come se il suono ti avvolgesse completamente, creando un'atmosfera che si percepisce immensa e allo stesso tempo intima. Le voci entrano dopo un paio di minuti, come se lottassero per farsi sentire attraverso quella tempesta sonora che si sta preparando. C'è chi descrive il testo come un dialogo in cui si parla di fenomeni naturali, come l'oscurità e il freddo, ma che vengono drammatizzati fino a sembrare la fine del mondo, presagendo la morte. Altri sentono che la voce di Robert Smith, con l'età che aveva all'epoca, conferisce una sorta di fascino spensierato, una freddezza che non funzionerebbe allo stesso modo se fosse più giovane. La canzone si sente epica fin dal suo inizio, una dichiarazione di apertura che ti immerge in un mondo turbolento e carico di presagi.
Questo brano è quello che apre l'ottavo album in studio dei The Cure, *Disintegration*, pubblicato nel 1989. La registrazione ebbe luogo presso gli Hookend Recording Studios, situati a Checkendon, Oxfordshire, tra la fine del 1988 e l'inizio del 1989. L'album segna un ritorno allo stile introspettivo del gothic rock che la band aveva esplorato negli anni '80. Robert Smith, avvicinandosi ai 30 anni, sentiva la pressione di seguire i successi pop del gruppo con un'opera più duratura. Questo, unito a un certo disprezzo per la popolarità appena acquisita, lo portò a ricorrere a droghe allucinogene, i cui effetti influenzarono notevolmente la produzione del disco. *Plainsong* apparve anche come lato B del singolo *Disintegration*, pubblicato esclusivamente in Spagna nel 1989. La canzone fu remixata per l'album di remix *Torn Down* nel 2018. Il brano è stato riconosciuto in diverse classifiche delle migliori canzoni della band; ad esempio, The Ringer l'ha collocata al quarto posto nella sua classifica delle 50 migliori canzoni, descrivendo la sua introduzione come "ciò che suonerebbe se i cieli si aprissero improvvisamente". Billboard l'ha posizionata al quinto posto nella sua lista delle 40 migliori canzoni dei The Cure, definendola "un poema a lenta combustione per l'apocalisse."
Dall'album
Disintegration
The Cure · 1989
Dati