Dall'album
Aerosmith
Aerosmith · 2026
Dati
Crediti
Musica Steven Tyler
La storia dietro
La prima volta che ho ascoltato One Way Street, sono rimasto incollato al riff iniziale, quello che Steven Tyler e Joe Perry allungano come un sospiro prima che la batteria di Joey Kramer entri a tutto volume. Sette minuti e dodici secondi di puro hard rock, ma non è un brano che si ascolta tutto d’un fiato: la band lo lascia respirare ad ogni cambio di accordo, come se ogni nota avesse il suo spazio per espandersi. C’è qualcosa in quella struttura che non sembra una canzone del 1973, ma piuttosto una jam session mai finita, dove il blues si mescola con l’urgenza del rock senza mai perdere il groove. Non è il classico brano corto e orecchiabile degli Aerosmith; qui il tempo si dilata, i soli si allungano e persino il silenzio tra le strofe ha un peso.
Lo registrarono in due settimane agli Intermedia Studio di Boston, con attrezzature che oggi sembrerebbero rudimentali ma che diedero loro quel suono grezzo che avrebbe poi definito l’hard rock degli anni ’70. L’album uscì nel 1973, quando la band non era ancora l’Aerosmith che tutti conosciamo: non avevano ancora firmato con la Columbia Records, né Dream On aveva regalato loro il primo successo in America. In effetti, One Way Street non fu nemmeno un singolo; rimase un brano di passaggio, ma col tempo divenne uno di quei pezzi che i fan più fedeli — la Blue Army — citano spesso quando parlano del loro periodo più autentico. Il disco raggiunse la posizione 21 nella Billboard 200, e sebbene inizialmente non fosse un successo di massa, la sua influenza si fece sentire anni dopo, quando l’hard rock iniziò a dominare le radio. Curiosamente, all’epoca la band non cercava nemmeno di suonare come nessun altro: volevano un suono denso, con radici nel blues ma con l’aggressività che poi li avrebbe resi famosi.