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La storia dietro
My Man (Mon Homme), secondo DoReSol
My Man (o il originale Mon Homme) è quel tipo di canzone che ti afferra alla gola fin dalla prima nota e non ti molla più. Non è solo la voce di Billie Holiday, ma il modo in cui quella voce si spezza, si allunga e diventa rauca proprio mentre il piano e il contrabbasso intrecciano un ritmo che sembra camminare in tondo. C’è qualcosa nel modo in cui trascina le sillabe, nel modo in cui il fraseggio si intreccia con gli strumenti, che fa sì che ogni ripetizione del ritornello suoni come un sospiro che non riesce più a trattenersi. Non è una ballata da ascoltare in sottofondo: esige che la ascolti in faccia, come se ti stesse raccontando qualcosa che non ha confidato a nessun altro.
La registrò nel 1930, quando non aveva ancora compiuto sedici anni e viveva ad Harlem sotto le luci al neon e nelle stanze affittate a ore. Billie non aveva mai studiato musica in un conservatorio, ma per anni aveva ascoltato Bessie Smith e Louis Armstrong nei bar dove il fumo si mescolava all’odore della birra a buon mercato. Quella notte in studio, con il microfono a poco più di un metro dalla sua bocca, fece qualcosa che pochi riuscivano a fare: trasformare il dolore in qualcosa di così intimo da sembrare una confessione. Il piano non l’accompagna, ma dialoga con lei, come se entrambi sapessero che quella canzone non poteva essere altro da ciò che è diventata. Durava meno di tre minuti, ma in quel tempo c’erano anni di vita compressi tra i versi.
Dall'album
Lover Man
Billie Holiday · 2005 · Track 5
Dati
Crediti
Testo Jacques Charles, Albert Willemetz
Musica Maurice Yvain