La storia dietro
Moisés, secondo DoReSol
In Moisés il tempo sembra allungarsi fino a diventare malleabile. I sette minuti e passa di durata non sono un capriccio: il brano procede come se ogni nota respirasse, come se il riff iniziale — quello che si impone fin dai primi secondi — avesse bisogno di quello spazio per svilupparsi senza fretta. Non è un pezzo da ascoltare in sottofondo: richiede attenzione, e in cambio offre un’atmosfera in cui l’epico e l’intimo si mescolano senza preavviso. Il contrasto tra la potenza della chitarra e i momenti di calma quasi liturgica gli conferisce un peso che pochi brani dell’epoca riuscivano a sostenere senza scivolare nel grandioso. C’è qualcosa nel modo in cui la band costruisce i silenzi che fa sì che ogni pausa sembri una scelta, non un errore.
Questo brano nacque nell’autunno del 1970, quando Vox Dei era ancora alla ricerca di definire il proprio suono tra blues e hard rock. Il disco La Biblia, in cui appare, fu il secondo album della band e il primo prodotto da Jorge Álvarez, una scelta distintiva che segnò la sua evoluzione. La registrazione venne realizzata con attrezzature prestate e in condizioni che oggi sembrerebbero precarie, ma il risultato — quell’aria di urgenza contenuta — finì per essere fondamentale. Non cercavano un successo di massa, ma qualcosa che suonasse autentico, e in Moisés quell’obiettivo fu chiaro: il brano non si suona, si vive. Nel 2007, la rivista Rolling Stone lo inserì nella sua lista dei migliori album del rock argentino, ma il vero riconoscimento arrivò prima, nei concerti al Teatro Presidente Alvear dove la band lo presentò per la prima volta. Anni dopo, anche altri artisti come Billy Bond lo hanno reinterpretato in Argentina e in Brasile, confermando che la sua forza non era effimera.
Dall'album
La Biblia
Vox Dei · 1971 · Track 2
Dati
Crediti
Musica Juan Carlos “Yodi” Godoy, Willy Quiroga, Ricardo Soulé