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La storia dietro
hoochie coochie man, secondo DoReSol
Il Hoochie Coochie Man non suona come qualsiasi brano blues. Ha un riff che si pianta in testa fin dalla prima misura, un colpo secco che taglia il tempo e costringe l’ascoltatore a muovere i piedi. Willie Dixon lo compose con quella miscela di orgoglio e mistero che ha sempre caratterizzato Muddy Waters negli anni cinquanta: testi che parlano di amuleti, fortuna e donne che non resistono, avvolti in un ritmo che trascina come un incantesimo. Non è solo una canzone, è un rituale di tre minuti e mezzo in cui il Chicago blues diventa carne e ossa.
Lo registrarono a Chicago in un gelido gennaio del 1954, proprio quando la Chess Records iniziava a capire che Waters poteva essere più di un semplice bluesman da bar. Dixon aveva già sperimentato la sua penna con brani come Third Degree, ma questa volta il risultato fu diverso: un singolo che scalò le classifiche e rimase impresso nella memoria collettiva. Non fu un caso. Il brano nacque in un vicolo dove il soprannaturale e il terreno si mescolavano senza pudore, un luogo in cui i mojo hands — quegli amuleti della tradizione hoodoo — erano reali quanto il fumo dei locali della città. Waters non lo cantava per moda, lo cantava perché lì c’era l’essenza di ciò che la gente voleva sentire: potere, desiderio e un tocco di pericolo. E il Grammy Hall of Fame, insieme alla registrazione nella Library of Congress nel 2004, arrivò dopo a confermarlo.
Dall'album
Electric Mud
Muddy Waters
Dati
Crediti
Testo Willie Dixon
Musica Willie Dixon