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Dall'album

Pajaritos, bravos muchachitos

Pajaritos, bravos muchachitos

Indio Solari y Los Fundamentalistas del Aire Acondicionado · 2013 · Track 3

Dati

Duración4:38
ÁlbumPajaritos, bravos muchachitos
Año2013
ISRCARG601300550

La storia dietro

Questa canzone sembra un tramonto in un paese abbandonato: la chitarra si intreccia in uno schema che si ripete senza fretta, mentre la voce di Indio Solari oscilla tra un sussurro e un grido, come se stesse raccontando un segreto a metà. Non è un brano che colpisce subito, ma si insinua dai margini, con un’aria di distacco calcolato che finisce per essere ipnotico. Il basso e la batteria segnano un ritmo che sembra muoversi in cerchio, ma sempre con un leggero sfasamento che gli conferisce quell’aria di improvvisazione controllata. Il testo, dal canto suo, gioca con immagini quotidiane —luci, ombre, uccelli— ma le carica di una malinconia che non si spiega, si sente e basta.

Lo registrarono in Pajaritos, bravos muchachitos, un disco che segnò il ritorno di Solari in studio dopo anni, e che portò anche con sé il ritorno di tre musicisti chiave della sua fase con Patricio Rey y sus Redonditos de Ricota: Semilla Bucciarelli, Sergio Dawi e Walter Sidotti. Il brano in sé non è il più lungo dell’album —4:38—, ma la sua durata equilibrata gli dà spazio per respirare senza fretta. Curioso è che, sebbene Solari appaia nei crediti come El Fisgón Ciego, il suono non perde quell’essenza cruda e diretta che lo ha sempre caratterizzato. Quando il disco uscì, il pubblico lo accolse con attenzione, e non tardò a ottenere una nomination ai Premios Gardel nel 2014. La prima volta che lo suonarono dal vivo fu all’Hipódromo, un palco che già conoscevano bene per il suo passato con l’altra band.