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🇺🇸 Stati Uniti · 1985–presente

Goo Goo Dolls

Se hai mai ascoltato una canzone che ti ha fatto sentire che il rock poteva essere al tempo stesso grezzo e delicato, con chitarre che strappano ma melodie che abbracciano, allora conosci già il suono dei Goo Goo Dolls. Non sono iniziati come una band di ballate, ma come un trio punk che suonava nei locali di Buffalo, New York, con un nome che sembrava una battuta rubata a un negozio di giocattoli. Tra risate e birra economica, John Rzeznik (voce e chitarra), Robby Takac (basso e voce) e George Tutuska (batteria) si alternavano a urlare testi ironici sulla vita ai margini. I loro primi dischi, come Goo Goo Dolls (1987) o Jed (1989), puzzavano di garage e sudore di palco, con quell’energia punk nervosa che condividevano con band come Bad Religion o Gang Green. Ma già allora si notava qualcosa di diverso: la voce roca e diretta di Takac strideva con i primi accenni melodici di Rzeznik, come se il caos e la tenerezza stessero già ballando nella stessa stanza.

Il cambiamento arrivò quando capirono di poter essere rumorosi senza smettere di essere umani. Superstar Car Wash (1993) fu il loro primo passo serio verso un suono più elaborato, con canzoni come We Are the Normal — scritta insieme a Paul Westerberg dei The Replacements — che già mescolavano l’energia punk con ganci pop. Ma la vera svolta fu A Boy Named Goo (1995). Un disco che, senza volerlo, li portò fuori dal underground: una stazione radio di Los Angeles iniziò a trasmettere Name, una ballata acustica che suonava come una confessione intima e un inno generazionale allo stesso tempo. Improvvisamente, non furono più solo la band preferita dei punk universitari, ma qualcosa di più grande. Il successo li raggiunse prima che sapessero come gestirlo, e il batterista originale, Tutuska, se ne andò prima di vederlo consolidarsi, tra dispute per i diritti d’autore che lasciarono un sapore amaro nei loro primi anni di fama.

1 Canzoni
1,9M Ascoltatori/mese

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Canzoni essenziali

Dati, premi, membri e altro

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Biografia

Poi arrivò il 1998, e con esso Dizzy Up the Girl, l’album che li portò al successo planetario. Iris, scritta per la colonna sonora di City of Angels, divenne un fenomeno senza precedenti: rimase undici mesi consecutivi nella classifica Billboard Hot 100 e diciotto settimane al primo posto nelle classifiche di airplay, senza nemmeno essere stata pubblicata come singolo. Era una canzone che sembrava tratta da un film romantico, ma con l’onestà di chi non finge di essere perfetto. I dischi successivi, come Gutterflower (2002) con Here Is Gone o Let Love In (2006) con Better Days, approfondirono quell’equilibrio tra rock e ballata, con testi che parlavano d’amore, perdita e seconde possibilità. Rzeznik, ormai diventato il volto pubblico della band, scriveva sulla stanchezza e sulla fede con una naturalezza che pochi nel pop-rock degli anni 2000 riuscivano a eguagliare.

Con gli anni, i Goo Goo Dolls hanno smesso di inseguire il successo di massa per concentrarsi su ciò che sanno fare meglio: suonare come loro stessi. Boxes (2016) e Miracle Pill (2019) hanno mostrato una band più matura, ma senza perdere quel nervo che li rende unici. Anche Chaos in Bloom (2022), prodotto da Rzeznik, ha recuperato parte dell’energia spensierata dei loro inizi, seppur con la prospettiva di chi ha vissuto decenni di musica e vita. Hanno venduto oltre quindici milioni di dischi, ricevuto quattro nomination ai Grammy, e continuano a suonare negli stadi, ma ciò che li definisce non è la grandezza dei loro palcoscenici, bensì quella miscela di grezzo e tenerezza che li ha sempre accompagnati. Alla fine, la loro storia è quella di una band che iniziò urlando in un bar e finì per scrivere canzoni che si ascoltano ai matrimoni, ai funerali e nei film, senza mai smettere di essere, nel profondo, gli stessi ragazzi che una volta si chiamavano Sex Maggots.

Dati

Nascita
1 gen 1986
Paese
🇺🇸 Stati Uniti
Genere
acoustic rock

Etichette discografiche

Celluloid